lunedì 22 novembre 2021

"Ab ovo usque ad mala": DALL'UOVO FINO ALLE MELE LO DICEVANO I ROMANI


Dalla pianta selvatica alle moderne varietà, il melo ha accompagnato la storia dell’uomo sia come frutto fresco, sia grazie ad alcuni suoi derivati come, per esempio, il sidro e la «apple pie», che è la classica torta di mele americana.
Il melo selvatico europeo (Malus sylvestris) è un alberello, spesso cespuglioso, diffuso in tutta Europa, che vegeta ai margini dei boschi e nelle siepi campestri in singoli individui o in piccoli gruppi.
Solo raramente riesce a svilupparsi pienamente nella forma arborea: in questi casi può raggiungere una dimensione considerevole, con un’altezza anche superiore ai 10 metri e una longevità di oltre 100 anni. Produce frutti relativamente piccoli (3-4 cm) che a maturità, tra luglio e settembre, sono di colore verde giallastro, duri, aspri e astringenti.Però, se si lasciano sovrammaturare, specie dopo i primi geli autunnali, la loro polpa perde parte dell'astringenza e dell'acidità e diviene dolce e succosa.
Tutte queste caratteristiche non sfuggirono ai nostri più lontani antenati e così, dai tempi preistorici, il melo ha accompagnato la storia dell’uomo dando vita a diverse usanze e a forti tradizioni nel campo alimentare.
Le antiche popolazioni europee, dapprima di cacciatori e raccoglitori poi, nel Neolitico (in Europa circa 8-9.000 anni fa), quelle dei primi agricoltori, raccoglievano e consumavano i frutti del melo selvatico insieme a tanti altri frutti polposi, quali quelli di sorbo, corniolo, sambuco e rovo.
Mentre le popolazioni europee utilizzavano ancora mele selvatiche per produrre il sidro, gli abitanti dell’Asia centrale selezionavano le migliori piante del melo selvatico locale (Malus sieversi).
A differenza del melo europeo, molto uniforme per le caratteristiche dei frutti sempre relativamente piccoli, duri, aspri e astringenti, i frutti del melo asiatico si distinguono per l'ampia variabilità nella pezzatura (da piccoli a molto grossi), nel colore (da verdi a giallastri e striati di rosso), nell'epoca di maturazione (da luglio a dicembre), nella consistenza della polpa (da succosa a carnosa) e nel sapore, che comunque, rispetto al melo europeo, risulta sempre molto più dolce a maturità.
Quello che ora coltiviamo come melo domestico è proprio il risultato della selezione iniziata nella preistoria a partire dai migliori meli selvatici dell’Asia centrale dai frutti dolci e molto polposi. Il «significato biologico» dei frutti polposi è quello di favorire la dispersione dei semi in esso contenuti sfruttando l’ingestione da parte degli animali i quali, mangiando il frutto, ne diffondono i semi con le feci.Una ricerca di biologia evolutiva ha recentemente evidenziato come il melo centroasiatico sia co-evoluto con l’orso, quando invece l’evoluzione del melo europeo era avvenuta con il concorso degli ungulati.
Gli orsi, a differenza di cervi, daini e caprioli, amano infatti il sapore dolce e non hanno difficoltà a ingerire frutti di grosse dimensioni, che anzi prediligono, mentre gli ungulati consumano regolarmente frutti aspri e piccoli, inadatti all’uomo.
Dall’Asia centrale il melo domestico si è poi diffuso verso Oriente e verso Occidente e arrivò in Persia nel IIΙ secolo a.C., da dove raggiunse la Grecia e quindi l’Italia.
L’adozione della mela a fine pasto è stigmatizzata dall’espressione latina usata nella Roma imperiale, che poi rappresentava gran parte del mondo allora conosciuto: «ab ovo usque ad mala», ossia «dall’uovo fino alle mele». Oggi diremmo: «dall’antipasto al dolce».
Quando, attraverso la mediazione romana, le mele domestiche centroasiatiche giunsero in Gallia e in Britannia sul volgere del I secolo a.C., vennero rapidamente introdotte in coltivazione dai contadini di queste regioni celtiche sia per la produzione di frutta da mensa che per la produzione del sidro.
Rispetto alle mele selvatiche europee, infatti, quelle domestiche centroasiatiche consentivano la produzione di un sidro migliore, tanto per la più elevata pezzatura dei frutti, quanto per la qualità superiore grazie al loro maggiore contenuto in zuccheri e la minore astringenza della polpa.
I Romani non solo introdussero le mele domestiche nel cuore dell’Europa, ma avviarono anche la coltivazione del melo secondo le tecniche proprie di una frutticoltura molto progredita, in particolare la propagazione per innesto e la potatura, sia di allevamento che di produzione, che loro stessi avevano acquisito in precedenza in Grecia, Siria e Persia.
La maggior parte delle varietà di melo che troviamo oggi sul mercato sono state costituite nel Nuovo Mondo, specialmente in America e in Nuova Zelanda. Una figura di spicco nella melicoltura americana è quella di John Chapman (1774-1847), detto appleseed «seme di melo», un pioniere la cui «missione» consisteva proprio nel realizzare meleti con piante ottenute da seme quali avamposti della conquista del West, in particolare Ohio, Indiana e Illinois.
Grazie alla riproduzione per seme, nelle migliaia di ettari piantati da Chapman si manifestò l’enorme variabilità del melo che in Europa non si era mai espressa. Le nuove mele americane giunsero presto anche in Europa, dove furono protagoniste dello sviluppo della frutticoltura nel Dopoguerra. Golden Delicious e Red Delicious (con le sue innumerevoli variazioni clonali: Red Chief, Richared, Starking, Starkrimson, Starkspur, ecc.) furono presto tra le varietà più coltivate anche nelle nostre campagne e così le mele, grazie alla loro versatilità, continuano ad arricchire le tradizioni alimentari soprattutto delle cucine contadine.
L’estinzione genetica di antiche varietà di melo di origine italiana è dovuta ai grandi circuiti commerciali, sviluppatisi negli anni ’50-‘60, con la conseguenza della perdita di molti genotipi locali e della loro varietà genetica. 
La nostra Associazione sta cercando di ripristinare l’antica coltura di genotipi ormai dimenticati come ad esempio quelli della Limoncella e della Gelata che sono allevati nel Giardino della Memoria di Lucoli insieme ad altre cultivar antiche. Queste specie si adattano meglio agli ambienti locali prevenendo la possibilità di diffondere solo individui geneticamente identici e garantendo un tasso di variabilità più alto. Salvando questi "frutti antichi" è possibile tutelare il patrimonio delle tradizioni locali, proponendo possibili metodiche di controllo delle produzioni ed eventuale diffusione di queste cultivar.
Mela Limoncella del Giardino della Memoria



giovedì 4 novembre 2021

IL 16 E 17 OTTOBRE DURANTE LE GIORNATE FAI E' STATO VISITATO IL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI

Quest'anno le Giornate FAI hanno interessato anche Lucoli: L'Abbazia di San Giovanni Battista ed il Giardino della Memoria e la Chiesa di San Menna.
Gli itinerari FAI hanno riguardato in generale borghi, percorsi naturalistici e visite a luoghi “verdi” quali ad esempio il Giardino della Memoria, poco conosciuto agli stessi abitanti delle città vicine e ciò nel solco del crescente impegno della Fondazione per la diffusione di una più ampia “cultura della natura”.
La Dottoressa Elena Sico Direttore del Dipartimento Agricoltura della Regione Abruzzo in visita al Giardino della Memoria

I visitatori sono stati accolti dal profumo dei fiori e delle erbe aromatiche, hanno percepito l’energia e l’intelligenza delle piante, la forza e l’ossigeno degli alberi, i colori accesi delle mele rosse (che hanno voluto in tanti degustare essendo totalmente biologiche).
I nostri soci hanno illustrato l'"antiquariato vegetale", del territorio Aquilano, che viene allevato nel Giardino. I visitatori hanno percepito la nostra passione per la ricerca, per l' archeologia arborea, mai separata da un approccio biologico.
I visitatori ammirano gli alberi ed i frutti antichi

Senza neanche saperlo, molti dei visitatori non avevano mai visto un albero di pere o mele cotogne, oppure di corbezzoli. Ancora oggi queste piante antiche rappresentano un patrimonio inestimabile per la biodiversità che è tutelata nel Giardino della Memoria di Lucoli e che vale la pena di ricominciare ad apprezzare, piuttosto che ricercare frutti esotici provenienti da paesi lontani, estranei alla nostra tradizione, magari pagandoli a caro prezzo.
Abbiamo spiegato ai numerosi visitatori che esistono molti frutti che sono scomparsi, o che vanno scomparendo dal mercato, e che per molti di noi sono sconosciuti perché sono diventati una rarità. Sono dei frutti solitamente “bruttini”, esteticamente non molto attraenti, magari con un gusto un po’ particolare: sono quelli che vengono chiamati “frutti antichi” (nel senso che in passato venivano maggiormente utilizzati).
I frutti antichi non sono altro che quei frutti che, soprattutto dal dopoguerra in poi, sono andati via via scomparendo dal mercato. Non per nostra scelta, ma come conseguenza dell’avvento della frutticultura industriale: un processo necessario e spesso inevitabile ma che, comunque, noi dobbiamo necessariamente subire.
Quando si parla di frutti antichi, ci si riferisce più precisamente a quelle specie vegetali già esistenti sul nostro territorio Aquilano oggi trascurate dalla nostra agricoltura, e scomparse dalle nostre tavole. Questo inesorabile processo di abbandono di coltivazioni agricole tradizionali, oltre che dalla produzione industriale di massa, è stato favorito anche dalle importazioni.

Una breve storia del Giardino della Memoria ed il suo significato morale e scientifico

Una delle cultivar più ammirate: la mela a candela

La cultivar del Pero cotogno

I visitatori accompagnati dal Prof. Giuseppe D'Annunzio
Il Giardino della Memoria di Lucoli sito di conservazione della Biodiversità Vegetale

Ringraziamo tutti i visitatori che hanno partecipato a questa iniziativa del FAI insieme abbiamo provato a chiudere gli occhi e per un attimo, ci siamo sforzati di tornare bambini, abbiamo provato a ricordare l’emozione che si prova nel trovare, dopo aver tanto cercato, un tesoro nascosto. Le mani che aprono, guidate dalla curiosità, uno scrigno e dentro la meraviglia: non denaro, né gioielli ma tanti piccoli frutti, soprattutto le mele, dai colori, dalle forme, dai sapori sconosciuti eppure misteriosamente familiari. Insieme abbiamo riscoperto e degustato i frutti antichi, preziosi perché raccontano del nostro passato, raccontano di noi e dell’identità della nostra terra. Molte persone si sono commosse: il Giardino della Memoria ha emanato anche in questa occasione sensazioni profonde.
Ringraziamo la Professoressa Vincenza Turco, Capo delegazione del FAI l'Aquila, per la vicinanza dimostrata a questo progetto.


I NOSTRI SOSTENITORI TORNANO A VISITARE IL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI

Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all’amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, come l’odissea […](Claudio Magris, l'Infinito viaggiare).
Il foliage del Giardino della Memoria - Ottobre 2021

JoAnn Ugolini e Don Cushman tornano da tanti anni a Lucoli a visitare il Giardino della Memoria e questo anno hanno adottato un secondo albero. Tornare in luogo è un po’ come rivedere un film (o rileggere un libro). La prima volta si è attratti dalle grandi emozioni, dalla trama, dai colpi di scena. Quando lo si rivede è come si fosse più attenti ai dettagli: si notano le scelte del regista, si presta più attenzione alle espressioni degli attori, a dialoghi che la prima volta erano scivolati via. Al ritorno è come se questo ingombro mentale che ti fa sentire in dovere di fare certe cose non ci fosse più....... e loro ritornano da dieci anni! E notano più di noi i particolari. 
JoAnn e Don vicino al Melo Romanella adottato quest'anno

Visitando il Giardino ci hanno chiesto se immaginavamo, dieci anni fa, che sarebbe divenuto un luogo così bello, loro tornando ne apprezzano la bellezza e l'armonia e annotano i cambiamenti, la nostra risposta è stata certamente negativa. La nostra "visione" del Giardino è intrisa di quotidianità, di fatica, di problemi da risolvere primo tra tutti quello dell'irrigazione: raggiungiamo l'equilibrio emozionale solo quando le piante stanno bene.

Melo Romanella

La famiglia Ugolini (originaria dell'Abruzzo) ha adottato un Melo Romanella piantumato al Giardino della Memoria che viene da un ceppo ritrovato a Scoppito (AQ). Si tratta di una qualità simile alla Mela Rosa (chiamata anche: pianella, rosetta, durella, appietta). Una varietà-popolazione il cui biotipo tradizionale si è individuato per lo più nell'area pre-appeninica dei monti Sibillini.
Il frutto è medio-piccolo, irregolare, di forma appiattita asimmetrica, buccia liscia di medio spessore od anche spessa, di colore verde intenso soffuso o striato di colore rosso-vinoso (comunemente detto rosa). Il frutto ha un peduncolo molto corto e presenta una rugginosità localizzata nella zona peduncolare. Polpa di colore bianco traslucido, soda, croccante, di sapore zuccherino acidulo e profumata, molto serbevole. Le piante della Mela Romanella presentano un'ottima resistenza al freddo ed i frutti manifestano una buona resistenza alla ticchiolatura ed alle più comuni avversità biotiche. Per tale motivo le piante risultano idonee per una coltivazione a basso impatto ambientale.
Oltre al consumo fresco, i frutti venivano utilizzati anche per cottura sotto brace o al forno o per confezionare vari tipi di dolci. Già dal tempo dei romani la Mela Rosa, poi chiamata Romanella, era conosciuta e molto ricercata, come affermato anche nelle satire oraziane di Quinto Orazio Flacco nel 65 a.C., grazie alla sua polpa acidula e zuccherina con un profumo intenso ed aromatico che permane in bocca.
Mela Romanella il frutto

Ringraziamo i nostri affezionati amici che ci sostengono e contribuiscono a far conoscere questa nostra esperienza in California dove vivono e per meglio ringraziarli li abbiamo messi a lavorare! Ci hanno aiutato a togliere le reti di protezione delle 9 piante che proteggiamo come Agricoltori Custodi.

L'occasione è buona per lavorare: tolte le reti protettive agli alberi posizionate per preservare i frutti