giovedì 7 giugno 2018

Franco Arminio su L’Espresso: salvare l’Italia dei paesi. Riproponiamo un articolo sempre valido per gli spunti che contiene lo dedichiamo agli amministratori che verranno.......

Una cartolina di Lucoli trovata su Ebay
I Piccoli Comuni sono un tesoro nascosto, un patrimonio universale, un asso nella manica che colpevolmente l’Italia continua ad ignorare. Non un problema, come sempre più spesso certa politica miope o in malafede prova a raccontare, ma una mancata opportunità per il Paese. Ma è proprio per questo che c’è bisogno di politiche “alte” per l’Italia interna, per la montagna e la campagna, per il grande corridoio ecologico dell’Appennino, in particolare. C’è bisogno di fermare – come dice Arminio – “l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali”; occorre iniziare a parlare di scuola, sanità e trasporti di montagna, che evidentemente non possono essere uguali a quelli di città. E, quindi, è necessario un approccio diverso e forse opposto da quello dei “santoni della finanza”. Insomma, non tutto può essere trattato con la logica dei numeri e del mercato che, peraltro, finisce per guardare solo ai territori dove ci sono molti elettori. Al contrario, sostiene Arminio, è necessario ripartire dai luoghi e dallo straordinario patrimonio di biodiversità dei paesi italiani, gli unici al mondo a sembrare tutti capitali di un impero, con i loro castelli, le loro torri, le chiese e la storia.  Occorre far conoscere e rendere contagiose le buone pratiche, lavorare sull’infrastruttura più importante che è quella della fiducia, sbloccare l’immaginazione e cominciare ad essere “visionari”. 
Per fare tutto questo, dico io, deve finire il tempo dell’attesa e della timidezza. La tragedia di Amatrice può e deve rappresentare il punto di svolta del nostro mondo.  All’esperimento della Strategia Nazionale delle Aree Interne (nei Monti Dauni a me non sta piacendo), si devono aggiungere provvedimenti tanto coraggiosi quanto concreti in materia di autonomia dei Piccoli Comuni, di dignità istituzionale dei loro amministratori (senza risorse nessuna responsabilità), di superamento dei voti ponderati, di fiscalità locale in deroga, di patrimonio immobiliare da valorizzare e di gestione dei servizi pubblici che possono e devono avere modalità alternative e locali. Politiche specifiche, per realtà specifiche. Ed allora, il vasto mondo dei Piccoli Comuni d’Italia rompa gli indugi. Partendo dalle tante e positive esperienze, trovi il modo di coordinarsi e di fare sintesi attorno ad un Manifesto di valori e ad una Agenda di azioni e provi, come suggerisce Arminio, a contaminare le stanze della politica con dei “visionari” capaci di coniugare tradizione ed innovazione.  
L’articolo di Arminio 
 *Anche chi vive in città, chi vive sulle coste, dovrebbe sentire l’urgenza di politiche alte per le terre alte dell’Italia interna. La questione è l’altezza, lo sguardo verso il futuro. Costruire un grande corridoio ecologico lungo tutto l’Appennino è azione che non si fa in pochi anni, ma è quello che serve. I paesi italiani sono un patrimonio universale. Solo noi abbiamo paesi di mille abitanti che sembrano capitali di un impero. Come si fa a non vedere che la questione dell’Italia è la questione dei paesi? Per anni ci siamo attardati sulla questione meridionale e invece c’era una storia che riguardava tutta la penisola, era la storia dell’Italia alta, dell’Italia interna, una storia che va da Comiso a Merano. L’Italia ha un asso nella manica, i suoi paesi, e non lo usa. Speriamo che venga fuori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. È una delle poche cose buone avviate dal governo Monti, grazie a Fabrizio Barca, che allora era ministro per la coesione territoriale. Ora quel ministero non esiste più, ma Barca ha comunque fatto in tempo ad avviare un complesso meccanismo che attualmente coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa 1000 Comuni e 2 milioni di abitanti). La Strategia, attualmente guidata da Sabrina Locatelli, impegna una serie di giovani tecnici molto preparati e molto motivati, e vede tutt’ora impegnato Barca in veste di consulente a titolo gratuito. L’assunto è che l’Italia interna non è un  problema, ma una mancata opportunità per il paese. La missione è fermare l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali di cittadinanza: scuola, sanità, trasporti. A questa base si aggiungono le azioni di sviluppo locale che in tutte le regioni hanno come fuoco centrale il valore dell’agricoltura e del paesaggio. Si parla da più parti di accesso alla terra da parte dei giovani, ma le pratiche concrete sono ancora poche. A volte i gruppi di base sono più avanti delle istituzioni. Due buoni esempi vengono dalla Puglia: La Casa delle Agriculture nel Salento e l’esperienza di Vazapp nel foggiano, ma ce ne sono in tutte le regioni: fare in modo che si incrocino e lavorino assieme è uno degli obiettivi del mio lavoro e della Casa della paesologia, un’esperienza che mette insieme tante persone che incontro nei miei giri nell’Italia interna. Sull’Appennino negli anni scorsi sono arrivate le pale eoliche e sono andate via le scuole. Ora è il tempo di tornare a ragionare di servizi e di investimenti. In una logica di mercato e non di sussidio, ma senza dimenticare che al Sud negli ultimi anni sono state sottratte risorse preziose da governi centrati sui problemi del Nord. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche. L’Articolo 42 della Costituzione andrebbe inteso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari dovrebbero diventare beni comuni. Forse più che del teatrino della politica bisognerebbe parlare di scuole di montagna. Bisognerebbe riflettere sul valore di tutta una serie di mestieri che vanno perdendosi. Bisogna far conoscere la storia di Giovanni Cualbu, pastore sardo che si oppone a una multinazionale giapponese che vuole installare un gigantesco impianto per la produzione di energia solare lì dove pascolano le sue pecore. La Strategia Nazionale ha previsto di realizzare in Basilicata una Scuola della pastorizia. L’ottica è quella di rendere attrattiva l’Italia considerata più marginale. Ma ovunque ci si scontra con una burocrazia troppo lenta e con una politica dal fiato corto, attratta dalle azioni che fanno notizia e dai territori dove ci sono molti elettori. L’Italia dei paesi ha bisogno di un approccio radicalmente ecologista. Seguire più la lezione di San Francesco che quella dei santoni della finanza. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista-industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci. Ripartire dai luoghi significa ripartire da un patrimonio di biodiversità straordinario. Da questo punto di vista non parliamo di luoghi della penuria, ma di luoghi della ricchezza. E lo stesso vale per la sociodiversità. Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. I paesi italiani se non ricevono domande non hanno lavoro e senza lavoro il territorio deperisce. Si può immaginare che i paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro per via della loro diversità.  Pensiamo che oggi ci sia un bisogno di diversità. Il lavoro cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. Forse è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso. Ci vuole un’idea di sistema. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è dare forza a questa tendenza che è già in atto, è mettersi alle spalle l’idea che i paesi sono destinati a morire. Quella dei paesi in estinzione è una vera e propria bufala mediatica. In Italia non è mai morto nessun paese. Si sono estinte piccole contrade, ma i paesi non sono mai morti, al massimo sono stati spostati a seguito di terremoti o frane. Se l’Italia dei paesi non esce dal clima depressivo è destinata all’insuccesso qualunque strategia. La prima infrastruttura su cui lavorare è di tipo morale, è l’infrastruttura della fiducia: è il ragionameno da cui parte la festa della paesologia ad Aliano, una festa che mette insieme il meglio delle arti e dell’impegno civile al servizio delle piccole comunità e del mondo rurale, in conflitto con gli scoraggiatori militanti e con le vecchie equazioni: piccolo paese-piccola vita, mondo rurale-mondo arretrato. É importante dare alla parola contadino un prestigio che non ha mai avuto, riportandola all’antica funzione di custode del territorio, oggi più attuale che mai, soprattutto in prospettiva futura. Pensiamo agli artigiani del cibo, proprio per sottolineare la cura con cui si coltivano e si trasformano i prodotti. Il cibo che unisce bontà e qualità terapeutiche. È il lavoro che sulla scia Slow Food fanno tanti. Mi piace segnalare Peppe Zullo sui monti della Daunia e Roberto Petza che in Sardegna utilizza e rielabora i prodotti del territorio e della tradizione e li ripropone in forme originalissime. A Siddi si fa non solo ristorazione di respiro internazionale ma anche attività di formazione delle nuove generazioni rieducando al cibo e al gusto le persone attraverso una microfiliera locale del vino, dei formaggi, degli ortaggi e dei salumi. 
Bisogna uscire dalla dittatura del consueto che spesso caratterizza le piccole comunità. Una buona pratica per i nostri paesi è lo sblocco dell’immaginazione. In fondo la tradizione è un’innovazione che ha avuto successo. Troppo spesso nei piccoli paesi si ha paura di essere visionari, come se questo ci potesse assicurare un giudizio di follia da parte degli altri. Urge anche nelle stanze della politica la presenza dei visionari che sanno intrecciare scrupolo e utopia, l’attenzione al mondo che c’è col sogno di un mondo che non c’è. (Franco Arminio, L’Espresso, 11 settembre 2016).

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