venerdì 16 marzo 2018

157esimo anniversario dell'unita' d'italia vogliamo ricordare PIETRO MARRELLI

L'Anniversario dell'Unità d'Italia è anche conosciuto con il nome di "Giornata della Costituzione dell'Inno e della Bandiera" ricorre sabato 17 marzo 2018
Si tratta di una ricorrenza civile del nostro Paese, che commemora la nascita del Regno d'Italia, avvenuta il 17 marzo del 1861, quando la Camera dei deputati dell'allora Regno di Sardegna approvò il progetto di legge del Senato che dava a Vittorio Emanuele II il titolo di re del Regno d'Italia, appunto. 
Da allora, in memoria di quegli eventi, il 17 marzo di ogni anno si ricorda tale ricorrenza.
L'Anniversario dell'Unità d'Italia non è un giorno festivo, ovvero indicato in rosso nel calendario. Salvo cada di domenica, i lavoratori sono tenuti a lavorare come durante qualsiasi altro giorno feriale. Infatti, questa ricorrenza ha natura soprattutto civile.
l'istituzione della Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera
Nel 2012, con la legge nr. 222 del 23 novembre 2012, è stata approvata una nuova giornata di festa, chiamata appunto "Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera", con cadenza annuale. Il 17 marzo rimane un giorno lavorativo, ma commemora l'importanza dell'identità nazionale ricordando la data in cui nacque ufficialmente il Regno d'Italia.
Sabato 17 marzo 2018 a Roma, in occasione del 157esimo anniversario dell’Unità d’Italia, l’Associazione Amilcare Cipriani e Comitato Gianicolo organizza una mattinata di festa in collaborazione con il Municipio Roma I Centro. Dalle 10 alle 12 sono in programma visite guidate gratuite ai monumenti, busti e stele del Parco della Memoria (Piazzale Garibaldi), tenute dall’Associazione e rivolte ai cittadini e ai gruppi Scuola/ Famiglia che gli istituti scolastici hanno potuto sensibilizzare per una passeggiata storica ragazzi/genitori nel panorama bellissimo di Roma. Gli accompagnatori dell’Associazione A. Cipriani, DI CUI FANNO PARTE SOCI DI NOIXLUCOLI ONLUS, e Comitato Gianicolo, muniti di tesserino, attenderanno il pubblico al Faro degli Italiani d’Argentina (dalle 10 alle 11.30 visite all’interno del Faro), ai monumenti di Garibaldi e di Anita, al Belvedere della Costituzione della Repubblica romana del 1849, ed anche al Museo della Repubblica romana (turni 10.15 e 11) e al Mausoleo Ossario di Via Garibaldi 29/e, oggi sempre aperto anche il Sacrario per far vedere i loculi dei Caduti per Roma e il sarcofago in porfido di Goffredo Mameli: visite al Mausoleo Ossario, aperto eccezionalmente dalla Sovrintendenza per la ricorrenza dell’Unità d’Italia, come pure per la visita all’interno del Faro.

Nella costruzione della storia dell'unità d'Italia Pietro Marrelli, nato a Colle di Lucoli ha avuto un ruolo fondamentale ed è bene che la comunità locale se ne ricordi e ne sia orgogliosa.
Pietro Marrelli
Queste le parole che lo descrivono nell'enciclopedia TRECCANI:
MARRELLIPietro. – Nacque a Lucoli, presso L’Aquila, il 24 giugno 1799, da Pasquale, agiato proprietario terriero, e da Cristina Sponda. Compiuti all’Aquila gli studi inferiori, nel luglio 1820, dopo la concessione della costituzione napoletana, entrò con il grado di furiere nel corpo civile dei militi, destinato alla difesa delle province. Esauritasi la breve esperienza costituzionale, il M. ritornò agli studi, conseguendo a Napoli nel 1823 la laurea in giurisprudenza. L’anno precedente aveva sposato Geltrude Luzi, da cui ebbe due figlie: Adelaide ed Emilia. Parallelamente alla professione forense, che esercitò con successo per tutta la vita, il M. si diede all’attività politica clandestina. Già nel 1830 fu ispiratore di un comitato segreto aquilano che, d’accordo con i rivoluzionari romagnoli, intendeva promuovere una vasta insurrezione nell’Italia centrale: l’intervento della polizia borbonica sventò il progetto. Il M. ebbe comunque la casa perquisita e subì un lungo interrogatorio, al termine del quale fu inviato a Lucoli in regime di domicilio coatto (gennaio 1831). Rientrato poco dopo all’Aquila, riprese l’attività cospirativa. All’inizio del 1833 il M. contribuì alla preparazione di una rivolta che sarebbe dovuta scoppiare l’estate successiva in vari punti del Mezzogiorno. Colpito da ordine di arresto il 17 maggio 1833, riuscì dalla latitanza a mantenere i contatti con i liberali aquilani e a coordinarsi con P.S. Leopardi, membro della congrega centrale rivoluzionaria; ma intanto l’intervento poliziesco faceva fallire la cospirazione. Ritirato il mandato di arresto, nel marzo del 1834 il M. fece ritorno all’Aquila. Dopo alcuni anni di stasi il M., «figura tanto minoritaria quanto carismatica» (Colapietra, 2000), promosse, in collaborazione con A. Pellegrini, G. Cappa, L. Dragonetti e L. Falconi (fondatore della Giovine Italia all’Aquila), un nuovo moto, acquistando a proprie spese le armi necessarie e tenendo personalmente i contatti con i democratici napoletani. Fu un altro completo fallimento: la sera dell’8 sett. 1841 gli insorti (che non ebbero l’aiuto sperato dai paesi vicini) furono infatti dispersi dalla polizia dopo una breve zuffa nelle strade dell’Aquila. Le autorità borboniche risposero al tentativo rivoluzionario con una violenta azione repressiva, che condusse anche ad alcune condanne a morte. Il M., che non aveva partecipato in prima persona agli scontri, fu detenuto per un breve periodo nelle carceri aquilane del Castello e successivamente rimesso in libertà dalla commissione militare per insufficienza di prove. Si ritenne comunque opportuno mandarlo in domicilio coatto a Teramo, ove rimase fino al 1847, quando il locale intendente, onde prevenire disordini nella propria provincia, ne dispose il ritorno a L’Aquila. Nel marzo 1848 il M. entrò a far parte di un comitato aquilano (composto da sette membri e presieduto dal barone G. Cappa) nato con l’obiettivo di assicurare, attraverso un’attiva propaganda, il sostegno dell’opinione pubblica all’ordinamento costituzionale da poco entrato in vigore e di condurre una serrata lotta agli uomini del vecchio sistema ancora operanti nella politica e nella magistratura. Lavorando di concerto con l’intendente M. d’Ayala, il comitato (sebbene non avesse un riconoscimento legale) ebbe in quel frangente un ruolo parimenti significativo nel mantenimento dell’ordine pubblico. Dopo i tragici fatti napoletani del 15 maggio 1848, il M. e Cappa diedero alle stampe a L’Aquila gli opuscoli Appello ai novelli collegi elettorali e Protesta della Provincia dell’Aquila per i fatti del 15 maggio, nei quali invitavano i cittadini a rieleggere i deputati appena esautorati e chiedevano con forza al governo l’annullamento degli atti incostituzionali compiuti dopo il 15 maggio e l’immediata riapertura della Camera, minacciando in caso contrario di appellarsi all’opinione pubblica europea. Il consolidamento della reazione borbonica costrinse però al silenzio i democratici abruzzesi. Le indagini sull’attività del comitato aquilano, cominciate nel dicembre 1849, portarono immediatamente all’arresto del M.: processato dalla Gran Corte criminale dell’Aquila, il 12 luglio 1851 fu condannato insieme con Cappa a 24 anni di reclusione «per avere provocato col mezzo di scritto stampato gli abitanti del Regno a cambiare il governo e perché colpevole di mandato nel costringere con violenza e minacce un magistrato dell’ordine amministrativo […] a non fare atti dipendenti dal suo ufficio» (Bruno, p. 27). Incarcerato a Napoli, il M. fu trasferito a Procida nel febbraio 1852. Nell’ottobre successivo, accusato di proseguire l’attività cospirativa, venne rinchiuso nelle segrete del carcere duro di Castel Capuano. Tornato a Procida nel febbraio 1853, vi rimase fino all’agosto 1858, quando fu inviato a Nisida. Il 27 dic. 1858 un decreto reale commutò la pena residua con l’esilio perpetuo e la deportazione in America: il 16 genn. 1859 il M. e altri 66 detenuti politici salparono da Nisida a bordo dei piroscafi «Fieramosca» e «Stromboli». Il 26 gennaio approdarono a Cadice, ove furono trasferiti su un bastimento statunitense. Il 6 marzo 1859 giunsero infine nella baia irlandese di Cork, grazie al lavorio diplomatico intessuto principalmente da Raffaele Settembrini, figlio di Luigi, compagno di viaggio del Marrelli. In alcune pagine di un diario rimasto inedito – redatto con uno stile essenziale e asciutto, raramente riscontrabile nella memorialistica risorgimentale – il M. lasciò una preziosa descrizione dell’avventuroso viaggio. Nei mesi successivi il M. soggiornò a Queenstown, Londra e Bristol. Durante il soggiorno londinese conobbe finalmente Mazzini e pubblicò in alcuni quotidiani locali vibranti articoli contro il governo borbonico. Tornò in Italia dopo l’armistizio di Villafranca, ma, giunto a Livorno, fu arrestato il 27 ag. 1859 su ordine di B. Ricasoli e condotto alle Murate di Firenze. Liberato due giorni dopo, dovette abbandonare la Toscana e si diresse a Genova. Nel novembre 1859, in una lettera indirizzata all’amico A. Pellegrini, fissò con chiarezza i capisaldi della propria azione politica: nessuna collaborazione con il Piemonte sabaudo e neppure con il movimento garibaldino (se si fosse mostrato strumento di Vittorio Emanuele II), nessun arretramento fino all’instaurazione sull’intero territorio italiano della Repubblica democratica, alla fine del potere temporale dei papi e della stessa presenza del pontefice a Roma. Dal luglio al novembre 1860 il M. visse a Napoli, ove fu tra coloro che tentarono vanamente di impedire l’annessione del Regno meridionale al Piemonte. Rientrato all’Aquila (ove ospitò per alcuni giorni Mazzini e A. Mosto), non ebbe miglior fortuna, nonostante i caldi incoraggiamenti di G. Nicotera, nell’opera in favore dei candidati democratici alle elezioni politiche del 27 genn. 1861. Nell’estate 1861, aderendo all’iniziativa promossa da G. Garibaldi nel gennaio precedente, il M. diede vita all’Aquila a un comitato di provvedimento per Roma e Venezia; nei mesi seguenti più volte lamentò, nei contatti epistolari con F. Bellazzi e A. Saffi (rappresentanti rispettivamente dei comitati di Genova e Napoli), l’estrema difficoltà nel reperire fondi nella provincia aquilana, stretta nella morsa dei moderati e dei reazionari borbonici e papalini. I disastri di Sarnico e Aspromonte non piegarono comunque la determinazione del M., il quale ricevette nel gennaio 1864 da B. Cairoli, presidente del Comitato centrale unitario, la delega per gli Abruzzi al reperimento dei mezzi necessari alla sollevazione che dal Trentino si sarebbe dovuta estendere a vaste zone dell’Europa orientale. Quindi, nel maggio 1866, fu tra i principali artefici dell’arruolamento di un centinaio di volontari abruzzesi, che presero parte alla campagna garibaldina nelle montagne del Trentino. Nella primavera dell’anno successivo ebbe da F. Costa, esponente del fiorentino centro dell’emigrazione, l’incarico di raccogliere fondi in vista di una possibile azione garibaldina nello Stato pontificio: il M. diede così un contributo decisivo all’allestimento di gruppi di volontari abruzzesi ma, in piena sintonia con Mazzini, si preoccupò soprattutto che l’impresa avvenisse in una prospettiva, ideologica e strategica, autenticamente repubblicana. Dopo il disastro di Mentana, sebbene gravemente malato, trascorse alcuni giorni nel carcere dell’Aquila. Il 17 dic. 1867 l’autorità giudiziaria lo prosciolse per inesistenza di reato.
Da allora, stanco e deluso, si estraniò completamente dall’attività politica fino alla morte, avvenuta all’Aquila il 7 giugno 1871.

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