domenica 31 maggio 2020

DONATECI IL VOSTRO 5X1000 PER IL NOSTRO IMPEGNO A COLTIVARE LA MEMORIA



Il 5 per mille NON è una tassa in più: è una parte dell'Irpef, l'imposta che tutte le persone fisiche sono tenute a pagare in base al loro reddito annuo. Questa quota obbligatoria può essere usata per aiutare un'organizzazione di volontariato - Onlus come NoiXLucoli.
Sono dieci anni che ci occupiamo del Giardino della Memoria di Lucoli dedicato alle vittime del terremoto del 2009 e coltiviamo specie da frutto appartenenti alle cultivar dell'Appennino in pericolo di erosione e/o scomparsa.
La nostra Associazione valorizza la cultura della memoria e della cura per la natura principalmente attraverso il mantenimento di due “monumenti verdi” che cura e coltiva rendendoli liberamente fruibili a tutta la Comunità: Il Giardino della Memoria del Sisma ed il Parco della Rimembranza.
I volontari sono meritevoli di sostegno sulla base di ciò che realizzano, della reputazione che acquisiscono, l'Associazione non ha finanziamenti pubblici ed è per questo, con i risultati del nostro lavoro sotto gli occhi di tutti, che chiediamo un aiuto concreto, finalizzato in primis alla gestione, conservazione e arricchimento del patrimonio arboreo di questi siti.
Le foto dei frutti recuperati che coltiviamo nel Giardino della Memoria illustrano il nostro paziente lavoro. 
Ricordiamo che lo scorso anno abbiamo donato 60 alberi di queste piante alla Comunità locale.









Associazione NoiXLucoli Onlus Codice Fiscale: 93047640664

GRAZIE

martedì 19 maggio 2020

BIODIVERSITA' ORTICOLA AL VIA LA SESTA EDIZIONE

Sono sei anni che selezioniamo semi per i nostri orti sulla base del loro grado di rarità seguendo le indicazioni dell'Associazione Culturale "Cercatori di Semi". Acquistiamo le sementi tramite web e con l'aiuto dell'Azienda Agricola che cura il Giardino della Memoria del Sisma di Lucoli iniziamo la coltivazione, i nostri soci entrano in possesso di piante in ottime condizioni fitosanitarie da piantare nei loro orti.
I semi sono di massima purezza, essiccati e disidratati con l'aiuto del Silica Gel 8, secondo le istruzioni dell'Orto Botanico della Sapienza di Roma. Infine sono stoccati ad una temperatura di 5 gradi. Tutto il materiale biologico che acquistiamo non è ibrido F1. 
NoiXLucoli promuove questo progetto di coltivazione per salvare i semi, promuovendo la biodiversità attraverso la divulgazione di specie antiche e anche delle tecniche per produrre e conservare le sementi in proprio. 
Nel momento della raccolta l'orgoglio dei frutti dei nostri coltivatori viene divulgato e premiato.
Tomatillo viola
Una tra tutte le sperimentazioni di quest'anno il: Tomatillo Viola (Physalis ixocarpa). Proviene dal Messico ed è una specie davvero interessante. La Pianta è a portamento cespuglioso dalle belle foglie verdi, arriva all'altezza di circa un metro, molto produttiva e regala numerosissimi frutti verdi della grandezza di un pomodoro, al quale somigliano per la forma. I tomatillo sono racchiusi in un involucro dalla consistenza cartacea, che li protegge fino alla maturazione. Il gusto acidulo lo rende ingrediente di buonissime salse, che offrono molti nuovi spunti culinari verso nuovi sapori. Si coltiva come il pomodoro ma manca di fiori perfetti, occorre quindi avere più piante per l'impollinazione. Teme il gelo ed è consigliabile trapiantarlo quando le temperature sono più miti. La pianta è rustica e molto resistente a fitopatologie e parassiti. È utile aiutarla con un sostegno per via del peso dei frutti. Il tomatillo viola è meno acidulo delle altre varietà e contiene antociani come il mirtillo.

venerdì 8 maggio 2020

CIAO SOFIA! AVEVI SOLO UNDICI ANNI MA CI HAI REGALATO TANTA GIOIA.


”La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata”,

mi spiegò mia madre poco prima di andarsene.
“Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”.
“Mi ricorderò di te” le promisi. […]
Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne nebbia e la vita uscì da lei senza amore.
Isabel Allende, Eva Luna
Sofia Marrelli in un disegno
Non ti dimenticheremo.
Tutti noi con i quali hai giocato e lavorato al Giardino della Memoria

mercoledì 6 maggio 2020

CE L'ABBIAMO FATTA! RIPOSIZIONATA LA NUOVA TARGA IN PIETRA CON L'INDICAZIONE DEL GIARDINO DELLA MEMORIA



Siamo affezionati a questa targa in pietra della Majella che fu realizzata e ci fu donata per l'inaugurazione del Giardino della Memoria da Claudio Di Biase. 
Lui ci disse che "voleva esserci" in questa impresa e ci riscaldò il cuore per la sua generosità verso un'idea di monumento verde per le vittime del terremoto di certo innovativa......e pensare che non ci siamo mai incontrati ancora oggi.
A novembre scorso un incidente con un mezzo pesante mandò in pezzi la targa originaria e dopo sei mesi (con una pandemia contro) siamo riusciti a collocare la nuova targa ripristinata.


Claudio Di Biase ha realizzato e consegnato la nuova targa per sostituire quella danneggiata anticipando costi e lavoro, prima dell'indennizzo e come sempre ha dimostrato grande generosità. E' un artigiano che ben conosce il valore dell’etica del dono e delle azioni giuste superando anche i meccanismi del sacrosanto interesse in questi momenti di grande crisi.

Quella dei Di Biase è una "razza" di scalpellini: prima il trisavolo, Antonio Di Biase (1853 – 1937), poi il bisnonno Camillo Di Biase (1890 – 1955), successivamente il nonno Antonio Di Biase, classe 1930, quindi il padre Claudio Camillo Di Biase nato nel 1956 ed infine Antonio Di Biase, classe 1987. Tutti nel paese di Lettomanoppello sono conosciuti con il soprannome di “La Bobba”. 
Claudio Camillo e Antonio Di Biase lavorano la pietra bianca della Majella, nella propria bottega in via Prati di Tivo a Lettomanoppello, con i metodi assolutamente artigianali e secondo i dettami della tradizione locale ereditata da quattro generazioni di scalpellini. Sono membri dell’Associazione Regionale Arte della Pietra (A.R.A.P. Abruzzo), la loro bottega è stata riconosciuta come Scuola-bottega dalla Regione Abruzzo. E’ il punto d’incontro e di lavoro di molti scultori, abruzzesi ma non solo. 
Di nuovo grazie a tutti, noi non molliamo, non potremmo...... con il sostegno di questi grandi amici.
http://www.turismoreligiosoabruzzo.it/ABRUZZOMANIA/2019/01/31/eccellenza-dabruzzo-n-23-lettomanoppello-pe-la-piccola-carrara-paese-degli-scalpellini/

PARCHI, RISERVE E RETE NATURA 2000: QUALI LE FORME PIÙ EFFICACI DI PROTEZIONE DELLA NATURA?

Campo Felice Zona di Protezione Speciale e Sito d’Importanza Comunitaria tutelato dall’Unione Europea
La priorità delle aree protette è la conservazione dei valori ecologici, la chiave per raggiungere simultaneamente anche tutti gli altri obiettivi è proprio quella immaginata da Parpagliolo e Sarti già nel 1918 e rilanciata da Pirotta nel 1955 (PEDROTTI, 1998), cioè la divisione in zone a tutela variabile di tutto il territorio protetto, una zonazione, cioè, da definirsi su basi scientifiche attraverso i piani dei parchi. Così la legge (art. 12) prevede la ripartizione del territorio in quattro zone, con diverso grado di tutela e diverse attività consentite: se nella zona A di “riserva integrale” non può essere consentita alcuna attività umana, nella zona B di “riserva generale orientata” possono essere consentite (dietro “nulla osta” dell’Ente parco) “le utilizzazioni produttive tradizionali, la realizzazione delle infrastrutture strettamente necessarie, nonché interventi di gestione delle risorse naturali a cura dell'ente parco stesso”; le ”aree di protezione” (zona C) sono invece dedicate alle attività tradizionali agro-silvo-pastorali, che “possono continuare, secondo metodi di agricoltura biologica ed è incoraggiata anche la produzione artigianale di qualità”; infine, nelle aree più antropizzate, le cosiddette “aree di promozione economica e sociale” (zona D) “sono consentite attività compatibili con le finalità istitutive del parco e finalizzate al miglioramento della vita socio-culturale delle collettività locali e al miglior godimento del parco da parte dei visitatori”. 
Sono aree protette, secondo la legge, i parchi nazionali e quelli regionali, le riserve statali e quelle regionali. 
Oggi, in Italia, vi sono 24 parchi nazionali istituiti, che coprono complessivamente oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5% circa del territorio nazionale. Le aree protette regionali (ormai oltre 1.000) coprono infine una superficie di più di un milione di ettari. Insieme alle 143 riserve naturali statali, si arriva così ad una superficie formalmente protetta di quasi tre milioni di ettari, pari al 10% circa del territorio nazionale, raggiungendo così finalmente l’obiettivo (“La sfida del 10%”) che era stato lanciato nel 1980 a Camerino dai migliori ecologi e conservazionisti dell’epoca. 
Dopo quasi settant’anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali e a venti da quella dei primi parchi regionali, l’Italia si è finalmente dotata di una legge organica “per l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese” (legge-quadro n. 394/1991). Come è sostenuto da autorevole dottrina, “la novità storica di questa legge è nel superamento della concezione antropocentrica del diritto; per una volta, non è più l’uomo l’oggetto finale del diritto, ma la natura; ciò che è di tutti, e dunque di nessuno, è definitivamente sottratto allo sfruttamento e all’egoismo individualista della produzione economica” (DI PLINIO & FIMIANI, 1997). Su questa scia, il Consiglio di Stato (Sez. VI), nella storica e modernissima sentenza n. 7472/2004, ha affermato che “la protezione della natura mediante il parco è la forma più alta ed efficace tra i vari possibili modelli di tutela dell’ambiente, il cui peggior nemico è senza dubbio la produzione economica moderna” e che, poiché la ragion d’essere di un’area protetta è la “protezione integrale del territorio e dell’ecosistema”, “l’esigenza di tutelare l’interesse naturalistico è da intendersi preminente su qualsiasi altro indirizzo di politica economica o ambientale di diverso tipo”. Nella stessa sentenza, il Consiglio di Stato ha anche attaccato frontalmente il concetto di “sviluppo sostenibile” quando applicato all’utilizzazione economica delle aree protette, proponendo di ribaltare completamente la prospettiva e parlare invece di “protezione sostenibile”, che ne è l’esatto contrario, consistendo invece “nei vantaggi economici ed ecologici diretti ed indiretti che la protezione in sé, considerata come valore assoluto e primario, procura” (DI PLINIO, 2008). Lo stesso autore si spinge ancora oltre, affermando addirittura che “la legge-quadro, all’art. 1, dichiara direttamente patrimonio naturale, cioè bene giuridico gli oggetti della natura e ne dichiara l’appartenenza al paese. 
Conseguentemente le aree protette sarebbero beni di proprietà collettiva, in cui l’appropriazione privata è ammessa solo in forma eccezionale, condizionata e subordinata”. Infatti, secondo l’art. 1, comma 3, della legge, le aree protette, il cui territorio è “sottoposto 
ad uno speciale regime di tutela e di gestione”, sono istituite innanzitutto con lo scopo di preservarne i valori ecologici e paesaggistici. La legge enumera però anche altre finalità, risolvendo così con un felice compromesso l’annosa disputa tra i fautori delle aree protette come “santuari della natura” e quelli che insistevano soprattutto sullo sviluppo economico delle stesse aree: tra gli obiettivi delle aree protette sono infatti anche (a) la conservazione dei valori ecologici e paesaggistici (“conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici e di equilibri ecologici”); (b) l’applicazione dei principi della gestione sostenibile che armonizzino l’ambiente naturale e le attività umane (“metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un'integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali”); (c) la “promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili”; ed infine (d) la “difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici”. 
La Rete Natura 2000 per la protezione della flora, della fauna, degli habitat e delle loro interazioni
La Direttiva 92/43/CEE Habitat segna una svolta fondamentale, in chiave ecologica, della politica europea di conservazione della natura: si passa dalla tutela delle singole specie a quella dei sistemi ecologici (habitat = ecosistemi), considerando le relazioni ecologiche necessarie al loro mantenimento a lungo termine. L’entrata in vigore della Direttiva dell’Unione Europea “Uccelli” (79/409/CEE) e soprattutto di quella “Habitat” nel 1992 fa così compiere un deciso salto concettuale anche alle normative nazionali del settore, istituendo in modo rigoroso e chiaro una rete di aree protette ad un livello sovranazionale (la Rete Natura 2000), in grado di proteggere efficacemente tutte le specie animali e vegetali rare e minacciate su scala continentale, anche attraverso la protezione dei loro habitat, riconoscendo che un’efficace conservazione delle specie può essere ottenuta solo attraverso la conservazione delle interazioni tra di esse, cioè tutelando i loro habitat naturali. 
Panoramica di Campo Felice
La tutela penale di habitat e specie di interesse dell’Unione Europea 
L’imponente corpo normativo di derivazione europea è presidiato da altrettante norme di carattere generale (D.lgs. n. 42/2004 art. 181, opere eseguite in assenza di autorizzazione, c.p. art. 635, danneggiamento, c.p. art. 650, inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità, e c.p. art. 734, distruzione o deturpamento di bellezze naturali), da quelle sulle aree protette (L. n. 394/1991 art. 13 e 30, interventi non autorizzati in aree protette) e da nuove fattispecie di reato, introdotte nel codice penale dal D.lgs. n. 121/2011 (approvato in recepimento della Direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente), che puniscono severamente ogni azione in danno agli habitat o alle specie protette. L’art. 733-bis c.p. vieta “la distruzione o il deterioramento (compromettendone lo stato di conservazione) di un habitat all'interno di un sito protetto”, mentre l’art. 727-bis c.p. vieta “l’uccisione, la cattura o la detenzione di esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta, nonché il prelievo o la detenzione di esemplari appartenenti ad una specie vegetale selvatica protetta”. 
Per “sito protetto” s’intendono le aree classificate come SIC o ZPS in base alla presenza di habitat e specie di interesse comunitario, mentre per “specie selvatica protetta” s’intendono quelle indicate nell'allegato IV della Direttiva 92/43/CE “Habitat” e nell'allegato I della Direttiva 2009/147/CE “Uccelli”, ovunque si trovino (quindi anche al di fuori del territorio protetto da SIC o ZPS). 
Secondo la Corte costituzionale, la tutela del paesaggio (che è uno dei principi fondamentali dell’ordinamento) va intesa nel senso lato della tutela ecologica e della conservazione dell’ambiente, che è un bene giuridico di valore primario e assoluto. Nel 2007, la Corte ha definito l’ambiente come valore costituzionalmente protetto, che ha come oggetto di tutela la biosfera, non solo nelle sue varie componenti, ma anche nelle interazioni fra quest’ultime, i loro equilibri, la loro qualità e la circolazione dei loro elementi: una definizione scientificamente ben fondata sui principi cardine dell’ecologia. Dopo quasi settant’anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali e a venti da quella dei primi parchi regionali, l’Italia si è dotata finalmente, nel 1991, di una legge organica per l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette, la legge-quadro n. 394/1991. Secondo la legge, le aree protette sono istituite innanzitutto con lo scopo di preservarne i valori ecologici e paesaggistici, ma anche per altre finalità di tipo socio-economico, risolvendo così con un felice compromesso l’annosa disputa tra i fautori delle aree protette come “santuari della natura” e quelli che insistevano soprattutto sullo sviluppo economico delle stesse. 
Estratto dallo studio di Bruno Petriccione 
Associazione Appennino Ecosistema - L’Aquila
Si ringrazia l'autore per l'autorizzazione alla pubblicazione