mercoledì 22 aprile 2020

IL MELO. Era meglio se Adamo ed Eva mangiavano una bella pera.

Forse il Paradiso Terrestre era a Bagdad, forse a Bassora, ma poteva essere perfino nel Kuwait, senza escludere Kabul, visto che si tratta d'interpretare i testi in ebraico e in greco della Bibbia e l'ubicazione del Paradiso è sempre stata oggetto di discussione da parte degli studiosi. Per la verità, prendendo per oro colato qualche traduzione, non ci dovrebbero essere dubbi, nel senso che l'Eden andrebbe ricercato tra i due grandi fiumi Eufrate e Tigri, dove il Signore piantò un grande giardino. "Il Signore - dice l'antico testo - piantò un paradiso nell'Eden, a oriente, e vi mise l'uomo che aveva modellato". La faccenda del "paradiso" viene fuori dal testo greco ("paradeiesos") che in realtà vuol dire la stessa cosa del termine ebraico "gan", e cioè "giardino", o meglio "parco piantato ad alberi", mentre "Eden" va interpretato come "pianura". Quindi si tratta di un parco creato in una pianura a oriente.
In un incredibile numero di storie intriganti c'è sempre di mezzo la mela, e nella mela dobbiamo vedere l'origine di molti nostri guai. (E vien fatto di azzardare, un'ipotesi: che tutto sarebbe stato diverso, che il mondo sarebbe stato migliore, e la nostra vita più semplice, se Adamo ed Eva, quando erano nel giardino orientale, avessero mangiato - anziché la mela - una bella pera, una susina claudia, o magari un fico.)
Mele cotogne del Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)

Forse tutto deriva dal fatto che la mela è bella tonda. E del resto, gli antichi sovrani romani, convinti di avere come bisavola la dea Venere (la Dea ebbe una breve avventura con l'eroe troiano Anchise, con il quale generò Enea, padre di Ascanio che si chiamava anche Iiulus, e quindi primo della gens Iulia) tenevano in gran conto la mela che era un simbolo di Afrodite insieme agli altri attributi del melograno, della rosa, del mirto. Sovrani di tempi più recenti si facevano raffigurare tenendo con una mano lo scettro e con l'altra un pomo-globo che magari aveva sopra una Croce per far capire che regnavano per "grazia di Dio".
Quindi la mela è stato sempre un frutto foriero di grossi guai, come ben seppero i Troiani, per il quale il famoso Cavallo fu l'ultimo atto di un dramma che ebbe inizio con la mela di Paride.
La mela è il frutto più dannoso per gli uomini anche perché è l'attributo di Venere, il simbolo della bellezza femminile. E chi dice donna, dice danno. anche perché ce la dobbiamo portare sempre dietro, la mela, essendo per definizione "il pomo di Adamo".
E poi dobbiamo dire la verità è un frutto che non sa di niente e non può essere certo paragonato, per sapore, a una pesca, un'albicocca, una fragola, un lampone. Per l'85% è costituito di pura acqua. (Si però - dicono i moltissimi che non sono d'accordo - l'altro 15% è costituito da vitamine A. B, C, PP, E, da zucchero e altri elementi nutritivi salutari. E chi ha scritto questo malevolo testo sulla mela non deve mai dimenticare che "An apple a day, keeps the doctor away". Una mela al giorno leva il medico di torno. Peraltro è anche vero che se Adamo ed Eva avessero mangiato una bella pera, forse non ci sarebbe mai stato bisogno di un medico).
Mele a cipolla - Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)
Liberamente tratto dal libro di Giorgio Batini "Le radici delle piante". Ed. Polistampa

sabato 11 aprile 2020

SANTA PASQUA 2020: appelliamoci alla speranza in noi stessi, nel prossimo e in Dio per chi crede


L’analogia fra la Pasqua di duemila anni fa e quella di questi giorni è dolorosamente strettissima. 
Chi è credente e visita le chiese vuote è addolorato nel sapere Gesù lasciato solo nei tabernacoli di quasi tutto il mondo. 
Si fa un gran parlare del male aggiunto al male del coronavirus che però è in qualche modo permesso da Dio, per cui non si può non pensare alle parole del Vangelo di Luca: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso». Deve. Doveva essere così. Ma non solo, Gesù, oggi come allora, è rifiutato dai potenti della terra, oppure ignorato (senza celebrazioni e con le chiese chiuse) come lo ignorò il pagano Pilato, che nel momento della prova preferì lavarsi le mani piuttosto che difendere l’innocente. 
In questa Settimana Santa, piegati dalla pandemia, siamo tutti costernati ed impauriti  e facciamo appello alla speranza.

La speranza è la più astratta delle virtù. Pochi la comprendono bene. Istintivamente abbiamo “qualche idea” di cosa significhi la speranza. Nella nostra espressione spontanea “io spero…, spero veramente che…, spero per il meglio…” esprimiamo una qualche forma di fiducia o desiderio di un esito felice. Ma spesso non sappiamo nemmeno perché speriamo. A complicare le cose, la speranza è in realtà costituita da due virtù in una. La speranza è in parte soprannaturale (teologica) e in parte naturale (umana). In breve, speriamo in Dio e nella sua capacità soprannaturale di interagire con noi e di salvarci o se non crediamo speriamo nell’uomo e nelle sue capacità naturali di aiutare se stesso e il prossimo. 
Speriamo di tornare presto alle vite che abbiamo vissuto fino ad ora ed in salute.
Nel giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Ci affidiamo alla speranza. Vogliamo trovare la speranza nella natura, in quella a noi più vicina, nelle piante del Giardino della Memoria, che, anche senza cure quest'anno, sono in fiore e ci donano bellezza e fiducia nei frutti del prossimo futuro.

Auguriamo a tutti i nostri lettori una Santa Pasqua piena di speranza.


lunedì 6 aprile 2020

QUANDO COMMEMORARE E' ANCORA PIU' DIFICILE DI SEMPRE MA NON CI SI ESIME.......

Per l'undicesimo anniversario del terremoto dell'Aquila luci accese a mezzanotte davanti alle finestre e balconi
Il silenzio, questa notte, ha il volto di chi abbiamo perduto, ha il respiro di una umanità che lotta contro una minaccia letale, ma quasi irreale nella sua non fisicità, perché materia dei laboratori di ricerca, perché patologia da ospedali. Allora, come oggi, piangiamo la morte avvenuta in solitudine, senza la consolazione dei propri cari”.
Queste le parole del Sindaco di l'Aquila pronunciate la scorsa notte.
Notte del 5 aprile 2020 il monumento con i nomi delle vittime del sisma di Lucoli illuminato dalle fiammelle

E' vero. Il Silenzio del Giardino della Memoria ieri notte era avvolgente ed inquietante, rotto dal canto degli uccelli notturni. Tutto incuteva paura. Paura appesantita dalla solitudine del gesto: non si poteva essere insieme, già essere usciti di casa ed esserne lontani era un problema.
E' stato un problema comprare le ciotole con le candele, un gesto così ordinario eppure non scontato: sono arrivate faticosamente via corriere, addirittura da Potenza. Le candele non sono generi di prima necessità non si vendono ai tempi del coronavirus.
Ma non si poteva mancare perché il dolore costituisce la spinta per rigenerarsi, interrogarsi e raccontarsi ogni anno,  è la base per darsi dei valori per il futuro. Per rafforzare i nostri valori fondati sull'impegno disinteressato di volontari e sulla testimonianza. 
I frutti antichi del Giardino della Memoria fanno il resto, vegetano rigogliosi ringraziando di essere stati recuperati e protetti, questo il nostro progetto di custodia della memoria.

giovedì 2 aprile 2020

L'UNDICESIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Siamo ad inizio aprile 2020 e tutto è sospeso: tutti noi siamo chiusi in casa, anche le commemorazioni degli anniversari sono annullate, perché c'è il coronavirus.

Il 6 aprile si avvicina.......
Noi non possiamo accudire gli alberi del Giardino della Memoria, che pure si stanno preparando alla fioritura e al donarci la loro bellezza: da vera signora, la bellezza non serve a nulla, ma è servita per chi sa amarla e gli alberi dei "frutti antichi" che coltiviamo nel Giardino ne sono dispensatori.

Siamo chiusi in casa e non possiamo neanche piantare nuovi fiori sotto ai nomi di chi perse la vita il 6 aprile del 2009, azione che compiamo da nove anni da quando abbiamo realizzato il Giardino della Memoria del Sisma.

E' il tempo del coronavirus ed abbiamo capito che gli uomini sono animali straordinari perché possono crearsi l'ambiente in cui vivono grazie allo strumento della cultura (il Giardino della Memoria è un progetto culturale dall'alto valore simbolico) ma sono anche animali fragilissimi perché quegli ambienti prodotti dalla nostra incredibile disponibilità simbolica hanno bisogno di manutenzione costante e di essere rafforzati e trasmessi attraverso solide materialità che non possiamo trascurare o cancellare. Le materialità dell'incontro, della parola vis-à-vis, del lavoro comune, dei ricordi narrati che ogni volta generano emozioni che uniscono.
La cultura ed il volontariato hanno bisogno di una struttura sociale per poter sopravvivere. 
Nella crisi del coronavirus il potenziale culturale dei volontari si accorge di quanto ha bisogno degli altri e della loro libertà di incontro per potersi manifestare e rinnovare. Anche la commemorazione del dolore scaturito da un terremoto e la trasmissione della memoria di un evento terribile presuppone l'emozione di un incontro. 
In questo momento che viviamo siamo da soli, ognuno di noi ridotto a sé stesso o al massimo alla rete biologica delle interconnessioni sentite e vissute come naturali e necessarie, siamo privati della nostra umanità di “animali politici”, vale a dire non possiamo condividere la vita sociale. 
Siamo rammaricati perché vorremmo continuare a ricordare l'anniversario del terremoto incontrandoci, proprio perché vorremmo pensarci come comunità di volontari al di là di quel che è biologico e necessario, vorremmo continuare a curare le nostre relazioni affettive e sociali ma, ora, possiamo solo farlo attraverso un blog.  
Affidiamo, quindi, i nostri sentimenti a queste parole ed alle foto del Giardino sotto la neve caduta ieri. 
Le foto illustreranno la bellezza del Giardino, del nostro "monumento verde". La bellezza è nascita, a volte rinascita, e non morte; è passaggio dalla potenza all’atto e non dall’atto all’impotenza; perché il bello è fecondo, il suo contrario è la sterilità. Nella bellezza la natura diviene ciò che è, non segue la china alienante che viaggia dall’essere al niente. 
Le foto che dedichiamo all'anniversario del 6 aprile mostrano la bellezza di una natura custodita con impegno da volontari (ogni fiore ha richiesto più di un momento insieme per essere piantato) affinché trasmetta, in questi tempi difficili, una gioia, perché il Bello nel suo senso più ultimo è il simbolo del Bene, ovvero la metà visibile della tessera. L’altra metà abita nei cieli.