martedì 29 novembre 2016

I piccoli Comuni scompaiono, ma loro cosa fanno per sopravvivere? (di Roberto Mette)

Abbiamo trovato questo articolo che ci è sembrato molto interessante e anche calzante nel descrivere alcune dinamiche sociali ed economiche del territorio di Lucoli (pur essendo stato scritto per un'altra realtà). 
Non siamo completamente d'accordo con l'Autore che, ringraziamo e citiamo per aver potuto utilizzare il suo testo, perché riteniamo che la politica non sia esente da colpe, molte sono le difficoltà conclamate se ne deve dare atto, ma forse gli Amministratori dovrebbero essere più consapevoli dell'esigenza di qualificare le loro azioni rendendole concrete e, soprattutto, dovrebbero sviluppare sinergie di squadra e non soggettive, perché volenti o nolenti, per il ruolo che ricoprono, costituiscono un esempio.
Buona lettura.
Lucoli campanile della chiesa della Beata Cristina - Foto R. Soldati

"I piccoli comuni si spopolano e molti di essi tendono a scomparire. Per reazione si tende troppo spesso a scaricare tutte le responsabilità sulla politica, in particolare su quella regionale, incapace secondo alcuni di trovare soluzioni e altresì svogliata nell’intervenire.

Io, volendo uscire dal coro, non mi rivolgo alla politica e al contrario mi chiedo: quanto stanno facendo i piccoli comuni per sopravvivere?

E in tal maniera vorrei interrogare sia i coraggiosi amministratori locali sia – e soprattutto – i cittadini dei piccoli comuni, senza necessariamente buttare la croce sulla politica.

I sistemi economici ottimali si conservano e crescono anche senza bisogno della politica. Per contro, sistemi economici imperfetti sono destinati a morire appunto per questa loro imperfezione, nonostante una politica attenta!

Il sistema economico ottimale è quello dove la ricchezza circola velocemente al suo interno (e quanto più possibile al suo interno!) e i flussi finanziari sono attratti quanto più in entrata e il meno possibile in uscita.
Tutto ciò in una comunità presuppone l’esistenza di una discreta coesione sociale, la consapevolezza dell’importanza vitale del servirsi di fornitori e produttori del luogo, lo stesso dicasi per la forza lavoro, che deve essere reclutata quanto più possibile sotto casa, e inoltre significa coltivare le proprie peculiarità come ricchezze suscettibili di attirare cash-flow dall’esterno.
Un paese dove non esistono individualismo estremo, odio, invidie, piccole faide personali, contrapposizioni per futili motivi, e invece c’è rispetto reciproco, spirito collaborativo e nessun tentativo di sopraffazione verso l’altro, con al contrario la tendenza alla valorizzazione delle caratterizzazioni storiche, linguistiche, tradizionali, enogastronomiche, in una visione di esse come prodotto di nicchia, si avvicina abbastanza al sistema economico ottimale.
Purtroppo tanti nostri paesini vedono al contrario contrapposizioni forti, odio e invidie verso il prossimo a noi più vicino, tutte cose che ovviamente si manifestano anche con scarse interazioni economiche tra i cittadini, che dunque si rivolgono all’esterno, generando deleteri flussi di cassa in uscita, e impedendo nel contempo la circolazione di ricchezza all’interno del sistema.
Situazione spesso accompagnata dal non coltivare le proprie peculiarità, spesso per ignavia o per stupidità, o ancora per una visione distorta della modernità, che significa non generare entrate dall’esterno e dunque il degrado verso un sistema economico fallimentare!
Non si tratta di mere valutazioni sociologiche dilettanti, alcuni anni fa le stesse relazioni economiche del Banco di Sardegna indicarono l’individualismo e l’invidia applicata ai sistemi economici una delle cause del sottosviluppo dell’isola!
Purtroppo spesso i sindaci dei piccoli centri, invece di puntare sul cambiamento da un sistema imperfetto e fallimentare a un sistema ottimale e che crei sviluppo, insistono con le sovvenzioni, l’assistenzialismo, il sostegno pubblico a “essere piccoli”, creando dei palliativi temporanei e incancrenendo il problema. Il peggio è che i cittadini solitamente vedono in tale posizione, l’unica via percorribile e conseguentemente sostengono e votano sindaci del genere!
E così i comuni vivacchiano passivamente, sperando di rallentare la discesa (invece di evitarla), cercando dunque disperatamente di allungare il più possibile la vita del proprio paese, considerato quindi già destinato a morire! La colpa è dunque della disattenta politica regionale? Anche, ma non principalmente!
La responsabilità è fondamentalmente del cittadino comune, che – incapace di fare sistema e di contribuire a creare un sistema economico ottimale – si rassegna alle piccole sovvenzioni e le pretende come panacea del proprio male!
Qualcuno potrebbe eccepire che non è creando 300 piccole autarchie o 300 piccoli sistemi chiusi che si crea un sistema Sardegna efficiente. Non si tratta ovviamente di autarchie o di sistemi chiusi.
I nostri piccoli paesini hanno già di per sé, per loro conformazione e localizzazione, delle bilance commerciali fortemente negative. Si comprende benissimo che al momento di acquistare un’autovettura, un macchinario di lavoro, prodotti iper-tecnologici, i cittadini dei piccoli centri devono necessariamente rivolgersi all’esterno, spesso addirittura fuori dall’isola, come è facilmente intuibile il fatto che al di sotto di un certo numero di abitanti (che io stimo attorno ai 2000) anche le più banali attività manifatturiere e le intraprese commerciali più semplici (abbigliamento, telefonia, e tutti i punti vendita al dettaglio in genere) comportano dei costi fissi che rendono non sostenibile l’iniziativa.
Non si tratta dunque di creare sistemi chiusi, bensì di ridurre il più possibile il segno meno della bilancia commerciale di ogni comunità.
Cambiamo dunque mentalità: un sistema economico funzionante è quello dove esiste collaborazione, mutuo soccorso, atteggiamento positivo verso gli altri, conservazione delle proprie peculiarità e trasformazione delle stesse ricchezze intangibili in plusvalore.
Dove non esiste odio, invidia, contrapposizione sterile e per banalità, cose che purtroppo si ripercuotono negativamente nelle interrelazioni economiche interne e nei flussi finanziari in uscita dal sistema.
I sindaci dei piccoli centri possono ovviamente sollecitare queste esternalità positive: innanzitutto promuovendo un atteggiamento positivo e propositivo ai propri cittadini, smorzando le tensioni e garantendo una politica di giustizia sociale che non metta uno contro l’altro i cittadini in assurde e spesso frequenti “guerre tra poveri”; inoltre si possono porre in essere strumenti atti a fidelizzare il cittadino-cliente verso gli acquisti in loco (centri commerciali naturali, sconti sulle imposte comunali e sui canoni per i servizi comunali per chi acquista da venditori e produttori locali, strumenti che permettano di avere sconti da Tizio se acquisti da Caio, etc) e si devono proporre iniziative anche estemporanee di valorizzazione delle proprie peculiarità che portino periodicamente dei discreti flussi finanziari in entrata.
Ma è fondamentale la mentalità del cittadino comune: se non si fa sistema, il sistema crolla! E la politica poco può fare, se non cambia la testa del singolo abitante!"
ROBERTO METTE

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