martedì 18 ottobre 2016

Le cave dell’area aquilana, con particolare attenzione a quelle di Lucoli. Un'interessante studio di Rossana Mancini mette in luce la loro importanza.

E' stata realizzata una ricerca universitaria che ha approfondito il processo estrattivo e l’utilizzo della breccia di Lucoli nei secoli XVII e XVIII. Lo studio è molto interessante ed andrebbe divulgato tra gli studenti locali affinché siano orgogliosi dell'origine di molti materiali lapidei che hanno contribuito a costruire delle vere opere d'arte.

Lo studio sui materiali provenienti da Lucoli è stato realizzato a seguito di indagini archivistiche, dall’analisi dei testi a stampa sette-ottocenteschi e da ricognizioni sul territorio che hanno dimostrato come questa pietra utilizzata fosse la meno nota fra quelle in uso nel Barocco aquilano. 
La scelta dell’area aquilana quale ambito di analisi è stato il risultato di varie osservazioni ed esigenze, non ultima la necessità di implementare la conoscenza, anche materiale, dei monumenti presenti, in vista dell’ingente opera di restauro, che si sta effettuando a seguito del disastroso terremoto del 2009. 
Situati al centro dell’Appennino Abruzzese, ai piedi del Gran Sasso d’Italia, L’Aquila e i suoi dintorni occupano una conca lontana dal mare e da importanti corsi d’acqua e, nonostante la presenza delle valli dell’Aterno e del torrente Raio, hanno evidenti difficoltà di approvvigionamento. Per questa ragione i materiali, specialmente quelli pesanti come marmi e pietre, giunsero, in passato, da luoghi vicini alle fabbriche e solo in casi particolari alcuni elementi lapidei di pregio, di limitate dimensioni, provennero da cave più lontane. 
Nell’architettura aquilana è stato assai frequente l’uso di pietre bianche e rosa per creare effetti decorativi bicromi. È il caso di due fra i più noti monumenti aquilani, la trecentesca Fontana della Rivera, conosciuta anche come ‘Le 99 cannelle’, con la sua addizione cinquecentesca, e la facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio di datazione ancora incerta. L’utilizzo di pietre bianche e rosa continuò nella fase di ‘modernamento’ dell’architettura aquilana, durante la quale, a partire dagli Sessanta del Seicento, molti edifici, prevalentemente religiosi, ricevettero negli interni una facies Barocca. Il riconoscimento delle cave di provenienza della pietra è funzionale anche a eventuali processi di conservazione che possono essere posti in atto. Interessante, a tal proposito, la possibilità di assimilarle, in molti casi, a manufatti architettonici allo stato di rudere, posti all’aperto e privi di protezione, facendole rientrare nell’ambito della landscape archaeology (Marino 2007, 11). 
Dopo il ritrovamento dei siti estrattivi sono stati individuati alcuni elementi architettonici, prevalentemente tramite atti notarili, dei quali è nota la provenienza delle pietre, per confrontarli con il materiale estratto dalla cava. Ciò ha agevolato, fra l’altro, la comprensione di alcune scelte figurative che si sono rivelate conseguenti anche a problemi di effettiva disponibilità dei materiali. L’indagine dei documenti ha permesso di conoscere gli artisti coinvolti e di inserirli in un più ampio contesto culturale. 
Le fonti documentarie, relative alla città dell’Aquila e ai suoi dintorni, che riguardano il ciclo produttivo dei materiali lapidei, sono assai scarse sino al medioevo. In epoche più recenti, invece, e certamente nei secoli XVII e XVIII, la documentazione archivistica disponibile fornisce alcune interessanti informazioni sui luoghi di estrazione, sulle misure dei pezzi, sulle modalità di lavorazione e indica talvolta i nomi degli scalpellini e il costo dei marmi e delle pietre impiegati nelle fabbriche. A partire dal XVIII secolo sono disponibili testi a stampa che nel descrivere, con diversi tagli, geografico, geologico, storico, artistico, il territorio aquilano e la valle dell’Aterno, fanno menzione delle cave e dei materiali da costruzione disponibili. Nel 1789 nella Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, Giuseppe Maria Galanti cita, nel territorio aquilano, solo una cava, quella di Lucoli, come luogo di provenienza dei «marmi» utilizzati in «quasi tutte le chiese dell’Aquila» (Galanti 1789: 3, 255). Teodoro Bonanni nel 1888 descrive il «marmo giallo, arancio, cedrino» di Lucoli, il rosso e il giallo, simile a quello di Siena, di Casamaina di Lucoli, quello bianco «nel locale dell’Impretatoia presso Aquila», il marmo rosso di Pizzoli e quello grigio di Roio (Bonanni 1888, 137-138). Comunque, le cave di Lucoli, dalle quali si estraevano brecce rosa e gialle risultano meno note. 
LE CAVE DI LUCOLI
A fronte di una discreta documentazione archivistica relativa all’uso delle pietre di Lucoli, mancano riferimenti cartografici (topografici, geologici, catastali) che permettano di risalire all’ubicazione delle cave. I luoghi citati nei libri e nei documenti d’archivio per la presenza di cave sono Casamaina e la contrada Croce-Prata fra Santa Croce e Peschiolo, tutte frazioni di Lucoli. 
Filippi nel 1873, relativamente al restauro della facciata di Santa Maria di Collemaggio, indicava le cave di Casamaina come luogo da cui trarre eventuali pietre di colore rosa. La perizia venne respinta «perché troppo sommariamente compiuta». In una lettera del 10 novembre 1875 il Genio Civile fa osservazioni «sulla pietra da taglio, prelevata dalle montagne di Casamaina, senza aver prima stabilito con esattezza la cava di provenienza», un’indeterminatezza che probabilmente è da ricollegarsi al fatto che all’epoca le cave fossero già da tempo in disuso. Nel 1873, lo stesso anno della redazione della perizia Filippi, le pietre di Lucoli furono presentate all’Esposizione Internazionale di Vienna fra i «marmi» italiani con cinque diverse qualità (giallo, rosso, simile a quello di Siena, a occhio di pavone e semenzato rosso). Ne seguì un tentativo di ripresa dell’attività estrattiva nel corso del 1876 su iniziativa del sindaco dell’epoca, Massimo Cialente, il quale, dopo aver riferito la notizia relativa all’Esposizione viennese, fece approvare in Consiglio Comunale l’offerta di agevolazioni per chi fosse stato interessato a riprendere le escavazioni (Archivio di Stato dell’Aquila, Prefettura, serie I affari generali, categoria 6, III versamento, 1873-1880, busta 13b, fasc. 710). 
Se è possibile fissare tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento l’abbandono delle cave, l’inizio delle attività estrattive è incerto. Il documento più antico, fra quelli consultati, che cita il marmo di Casamaina, porta la data del 1642. La ricerca del luogo di estrazione ha comportato numerosi sopralluoghi fra le montagne di Casamaina fino al suo ritrovamento al termine di un’antica strada, ridotta a poco più di un sentiero, che prende l’avvio dalle vicinanze della Fonte Fontizio ad est dell’abitato. L’ampia sede stradale dovette essere realizzata per il trasporto della pietra dalle cave ai laboratori degli scalpellini o, più raramente, direttamente ai cantieri. Il trasferimento avveniva con carri trainati da cavalli, asini, muli o buoi. Il percorso si conclude in un pianoro artificiale prospiciente un fronte di cava dall’altezza massima di cinque metri e largo circa venti.

Allo stato attuale la cava appare pressoché esaurita. 
Il materiale lapideo, infatti, si presenta eccessivamente fratturato, a meno di una limitata porzione al centro della parete. 
Meno documentata è l’altra cava presente all’interno del Comune, quella che si trova tra le frazioni di Santa Croce e del Peschiolo, in località Croce-Prata. In una relazione del 1875 L’Ufficio Provinciale di Statistica rileva nel comune di Lucoli, oltre a quelle presenti a Casamaina, due generi di pietre, uno di colore giallo e l’altro arancio cedrino (Officio di statistica provinciale 1875, 9). 
Il riconoscimento del sito è stato possibile grazie alla presenza dei resti di una cava a fossa lungo la strada sterrata che conduce a Santa Croce. Il materiale lapideo che si è potuto rilevare sul posto è costituito da brecce di colore giallo arancio. 
OPERE REALIZZATE IN BRECCIA DI LUCOLI

La pietra di Lucoli è stata molto utilizzata nelle vicinanze delle cave, all’interno del territorio comunale. Altari e balaustre realizzate con questo materiale si rinvengono in gran parte delle numerose chiese e cappelle distribuite nelle diverse frazioni. Il suo uso è frequente anche nell’architettura aquilana seicentesca, precedente il grande terremoto del 1703, e in quella settecentesca, ricollegabile alla grande opera di ricostruzione post-sismica, e nell’Agro Forconese. 

Il documento più antico, fra quelli visionati, in cui è citata la pietra di Casamaina, è un contratto stipulato nel 1642. Riguarda la realizzazione della cappella nella chiesa aquilana del Collegio della Compagnia del Gesù, voluta dal rettore Giambattista Rosa, per la quale è richiesta la breccia per realizzare la cornice della pala d’altare. Il più noto fra gli edifici aquilani in cui è certo l’uso di questa pietra è la Basilica di San Bernardino. A Lucoli le opere principali si trovano all’interno della chiesa di San Giovanni Battista. Si tratta dei fusti delle colonne di cinque altari (il maggiore dedicato a San Giovanni Battista, quello della Famiglia Mosca e quelli dedicati alla Madonna del Rosario, a Santa Maria del Monte Carmelo e al Santissimo Nome di Gesù) dotati di basi e capitelli in pietra bianca.

L’altare maggiore, realizzato nel 1693, può essere attribuito con certezza a Giuliano Pedetti, che aveva utilizzato la breccia rosa di Casamaina già nella cappella Alessandri in San Bernardino, che vi lavorò insieme a suo nipote Pietro. Lo riporta un documento, datato 11 ottobre 1692, con il quale la Confraternita del Santissimo Sacramento incarica i due scalpellini di realizzare l’altare utilizzando quattro colonne in marmo di Casamaina, due porte in marmo di Cavallari, piedistalli e basi in pietra bianca di Pizzoli con l’aggiunta di marmi forestieri. Dai libri delle spese emerge che l’estrazione della breccia era stata affidata ad un altro lombardo, Francesco Boldrini, residente a Lucoli (Mancini 2001, 54). Fra gli edifici delle frazioni che compongono Lucoli la breccia di Casamaina è riconoscibile, fra gli altri, nella chiesa della Beata Cristina nella frazione denominata il Colle. Fuori dal territorio comunale, ma nelle sue immediate vicinanze, è stata utilizzata nel Santuario della Madonna della Croce a Poggio di Roio, costruito a partire dal 1625.

Actas del Séptimo Congreso Nacional de Historia de la Construcción, Santiago 26-29 octubre 2011,
eds. S. Huerta, I. Gil Crespo, S. García, M. Taín. Madrid: Instituto Juan de Herrera, 2011.
https://www.academia.edu/3021944/Lo_studio_dei_processi_di_approvvigionamento_della_pietra_come_ausilio_alla_conoscenza_dellarchitettura._Le_cave_dellarea_aquilana_con_particolare_attenzione_a_quelle_di_Lucoli
Si ringrazia la dottoressa Rossana Mancini per l'autorizzazione alla pubblicazione.

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