mercoledì 26 febbraio 2014

AREA OMOGENA DELLA NEVE L’ANNOSO PROBLEMA DELLA SALVAGUARDIA AMBIENTALE VERSUS IL POTENZIAMENTO DEI BACINI SCIISTICI


Già dall’autunno del 2009 tre Comuni dell’Altopiano cominciarono a lavorare insieme riprendendo alcuni progetti, forse oramai poco innovativi, per rafforzare l’offerta turistica complessiva: pensando all’ampliamento dei bacini sciistici.
Ma la montagna è in crisi: c’è la Costituzione (articolo 44, «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane»), secoli di storia e di cultura (la montagna ha fatto la fortuna dell’Italia), ma la scure è arrivata su un territorio vitale che ora agonizza, basti pensare alla chiusura delle comunità montane.
Da più parti arrivano appelli per «una nuova politica per la montagna, ispirata a un’azione di prevenzione», contro i dissesti, gli abusi strutturali e le inondazioni, arriva dal CAI, con un documento sottoscritto da Touring, Fondo per l’Ambiente, WWF, Italia Nostra e Legambiente. «I parchi non hanno più fondi - dice Michele Colonna, presidente del CAI Piemonte -: le Comunità scompariranno, l’unione dei Comuni avviene in alcuni casi senza criteri…….senza interlocutore pubblico come immaginare un futuro?». I Comuni dell’area omogenea in questo contesto all’indomani del terremoto del 2009 rilanciarono alcuni interventi strategici come la realizzazione della galleria di Serralunga (molto osteggiata per l’impatto ambientale prodotto e scarsamente mitigato) e pianificarono la connessione sciistica tra la Magnolia e Campo Felice. Il processo di studio coinvolse anche un gruppo di ricerca dell’Università La Sapienza di Roma, già interessato per il Comune di Rocca di Mezzo e che iniziò a lavorare così per l’area omogenea. Fu imbastito un dialogo istituzionale ed operativo con gli amministratori e forse poco con le comunità locali (almeno a Lucoli) che, con tesi equilibrate e politicamente corrette era volto a garantire la messa in sicurezza del territorio (sanando e recuperando situazioni di rischio anche antecedenti al sisma) nello sforzo di riattivare processi e progetti di sviluppo in atto prima del terremoto (ma ancora attualizzabili? Ricordiamoci che la montagna non è solo un luna park è anche un modello di vita parsimonioso, ecologico, sostenibile) e di individuare nuove possibili linee di sviluppo in grado di rilanciare l’economia dell’altopiano. Quindi la parola d’ordine fu potenziamento dell’offerta turistica attraverso la costruzione di infrastrutture, volendo anche superare i temi della tutela ambientale trasformandoli in evoluzione della cultura agro-pastorale del territorio che è sempre stata alla base della biodiversità montana.
I driver dello sviluppo identificati dall’Università la Sapienza furono tre: a) Potenziamento della coesione territoriale; b) Incremento della qualificazione dell’offerta turistica; c) Miglioramento dell’immagine e delle prestazioni dei centri urbani. Sono passati quasi cinque anni dal sisma e dall’elaborazione del piano strategico territoriale e gli unici risultati raggiunti riguardano l’apertura della Galleria di Serralunga (che non sembra abbia miracolato il territorio) la ricostruzione di alcuni comprensori abitativi (ma, ad esempio, non i borghi di Lucoli di più antica costruzione) ed ecco che si batte cassa con il progetto clou: quello “dell’ampliamento dei bacini sciistici di Ovindoli e Campo Felice e loro interconnessione ai fini della creazione di un comprensorio sciistico integrato e competitivo a livello nazionale” la cui delibera attuativa è stata già pubblicata nell’albo pretorio del Comune di Rocca di Mezzo. Peccato che questi lavori ed infrastrutture debbano essere realizzati nell’area del Parco Velino Sirente.
Il dibattito intenso sul futuro dei parchi del nostro paese tra i suoi maggiori capi di critica annovera, specialmente per i parchi nazionali, la mancata realizzazione dei piani previsti dalla legge quadro. Anche i Comuni dell’area omogenea della neve si aggrappano a questa tesi che viene utilizzata come prova innegabile e incontestabile, se non del fallimento, certamente di qualche cosa che giustificherebbe ormai il passaggio ad una diversa gestione delle aree protette, al loro pieno sfruttamento turistico con la costruzione di nuove infrastrutture da destinare ad un turismo in fase calante. Siamo in Italia e come molti altri aspetti istituzionali l’attività della pianificazione e lo stesso valore del concetto e della regola hanno avuto fasi concrete e comunque propositive con risultati tangibili anche se spesso deludenti ma purtroppo molte fasi di oblio. Ciò nonostante l’idea che il sistema istituzionale, dallo Stato agli Enti locali, doveva ricorrere a “strumenti di pianificazione” – basta ricordare lo sforzo per indurre i comuni a dotarsi di un piano regolatore (quanti lo hanno?) – è ancora valida soprattutto se serve a criticare: tutti aspettano il piano del Parco Velino Sirente.
Quando nel ‘91 fu varata la legge quadro sulle aree protette si definì che i parchi regionali dovevano dotarsi di un piano ‘sovraordinato’ agli strumenti di pianificazione territoriale sia comunali che provinciali. La complicata idea di un piano ‘sovraordinato’, sancito da una legge nazionale suscitò giustificate reazioni e timori che furono in parte superati prevedendo non uno bensì due piani: un piano di carattere fondamentalmente ambientale, coerente con le finalità di tutela assegnate agli enti parco, e un piano socio-economico che in un certo senso ‘recuperava’ aspetti che molte amministrazioni, specialmente locali, temevano sarebbero stati penalizzati e sacrificati, diciamo così, sull’altare delle politiche di protezione. L’art. 7 della legge quadro sintetizzava le materie, il terreno, le fonti di finanziamento a cui avrebbe dovuto ispirarsi concretamente il piano non a caso affidato alle particolari attenzioni delle comunità del parco piuttosto che a quelle dell’ente parco. Forse non tutti sanno o ricordano che l’art. 7 fa riferimento al restauro dei centri storici, al recupero di nuclei abitati rurali, a opere igieniche e a molto altro ancora a conferma di una nuova concezione e visione delle tematiche ambientali. Fu questo anche un modo, per tranquillizzare le amministrazioni locali, le quali temevano che la ‘specialità’ del parco e la ‘sovraordinazione’ del piano avrebbe espropriato in qualche misura l’ente elettivo di importanti competenze e prerogative per assegnarle ad un ente non elettivo. I due piani servirono insomma a sbloccare una situazione che rischiava di impantanarsi.
Sono trascorsi 20 anni dall’approvazione della legge e l’altopiano di Campo Felice è ancora campo di battaglia tra interessi disordinati di business delle amministrazioni locali ed obiettivi “sovraordinati” di tutela dell’ambiente montano in area SIC.
Siamo convinti che sia giunto il momento di fare un bilancio complessivo per capire cosa deve essere confermato e cosa invece è bene e necessario rivedere tenendo conto anche di quanto è successo nel frattempo sull’altopiano di Campo Felice, dove sciagurati interventi infrastrutturali e di edilizia hanno prodotto profondi cambiamenti ambientali cementificando ad esempio la torbiera con parcheggi e strade sovrabbondanti, (ciò ha provocato la formazione di un’area di allagamento vicino alla Galleria di Serralunga), citiamo anche il manufatto denominato skydrome mai collaudato, dismesso ed in rovina e che probabilmente dovrà essere abbattuto. Noi ci appelliamo alla governance del Parco Velino Sirente auspicandola come una manifestazione di volontà forte ed efficace da concretizzare a breve con un piano ambientale capace di dominare gli “appetiti” infrastrutturali di un ipotetico business. Sappiamo che il compito è complesso soprattutto in tempi di crisi, dove le politiche di programmazione e pianificazione ai più vari livelli e comparti segnano il passo da troppo tempo. Ciò vale per la legge nazionale sul governo del territorio, vale per i piani di bacino, vale per i piani o progetti previsti dalle legge 426 (Alpi, APE, Coste etc), vale per i piani paesistici e molto altro ancora. Insomma vale per tutti quegli aspetti definiti felicemente ‘invarianti ambientali’, ossia momenti ai quali debbono rifarsi e sottostare le varianti ambientali.
Chiediamo all’Ente Parco di tenere duro perché avrà pure un significato se la Corte europea in una sentenza del 2007 affermò che «l’ambiente costituisce un valore» e che «gli impegni economici e perfino alcuni diritti fondamentali come il diritto di proprietà, non dovrebbero vedersi accordare la priorità di fronte a considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente, in particolare laddove lo stato abbia legiferato in materia». Crediamo nel ruolo dei parchi dai quali dobbiamo ripartire anche per salvaguardare l’altopiano di Campo Felice, concertando soluzioni accettabili anche in termini socioeconomici, ma partendo dal concetto che l’Altopiano non è antropizzato e che il suo ricchissimo habitat naturale giustifica anche l’adozione di classificazioni rigide, indicazioni e graduatorie di valori altrettanto rigidi di zona, da studiare a tavolino e da difendere. Noi non dimentichiamo che i parchi regionali, lungi dal danneggiare l’operato, le competenze dei comuni o delle province, hanno aiutato, hanno costretto con le buone maniere le amministrazioni a misurarsi su questioni e aspetti che altrimenti sarebbero rimasti nel buio. Il Gruppo degli ambientalisti dell’Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo, con le Federate NoiXLucoli Onlus e Pro Natura l’Aquila, è a disposizione per un qualsivoglia lavoro di sviluppo di area nella tutela sul quale collaborare.
 
Testo liberamente tratto dal libro: Piani per i Parchi a cura di Massimo Sargolini, Edizioni ETS. Prefazione di Renzo Moschini. http://www.edizioniets.com/Priv_File_Libro/1459.pdf Sulla programmazione strategica “dell’area omogena 9” spunti tratti dalla pubblicazione "RICOSTRUZIONE di TERRITORI” elaborata dall’Università la Sapienza di Roma, facoltà di Architettura ed i cui testi sono stati prodotti da Lucina Caravaggi e da Cristina Imbroglini. (Edizioni Alinea Editrice–Firenze).

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