mercoledì 8 maggio 2013

La libertà soppressa e poi riconquistata è più dolce della libertà mai messa in pericolo (Cicerone). La memoria della resistenza a Lucoli.

Pensando al vicino contesto aquilano sono in molti a pensare che forse per paura o per quieto vivere, la città dell’Aquila (città di per sé conservatrice) preferì chinare il capo dinanzi all’occupazione tedesca.
Episodi di ribellione come quello dei Nove Martiri rappresentano infatti un’eccezione ed è fuor di dubbio che i partigiani e coloro che li aiutarono furono una sparuta minoranza.
Fu soprattutto per iniziativa di ex-militari che, all’inizio del 1944, si costituì una modesta formazione di partigiani (la banda "Giovanni Di Vincenzo"), composta da una trentina di elementi nascosti sui monti circostanti ed operante, con sporadiche iniziative, su un territorio pedemontano molto ampio che va da Arischia fino a Barisciano.
Altra formazione di una certa consistenza fu la banda della "Duchessa", operante invece proprio sul territorio di Lucoli oltre che a Tornimparte e Campo Felice. La banda era comandata da Luigi Marrone, un tenente medico reduce dalla Jugoslavia; essa ebbe l'appoggio della Guardia di Finanza dell'Aquila, che forniva assistenza con rifornimenti di viveri e con l'aiuto ai feriti. La banda era formata da persone locali e da ex prigionieri inglesi e slavi.
Come in molte altre parti del Paese, anche la resistenza aquilana fu animata principalmente da elementi filo-comunisti, i quali si batterono contro il nazifascismo anche per realizzare il loro sogno di poter contestualmente cambiare l’assetto della società.
Tutta questa realtà resistenziale ebbe carattere strettamente locale, mancò di un seppur minimo coordinamento e non sempre seppe conquistarsi le simpatie della popolazione, senza il cui appoggio il partigiano ha scarse possibilità di sopravvivenza e nessuna capacità di iniziativa.
Molti storici hanno espresso giudizi non lusinghieri verso i partigiani locali, giudizi non dettati da valutazioni politiche ma sostenuti su concreti dati di fatto. Talvolta i partigiani erano considerati degli opportunisti, degli esibizionisti sempre pronti alla fuga, dei predatori più avidi degli stessi tedeschi.
Senza voler trarre noi delle conclusioni, ci limitiamo a riflettere sulle parole scritte da Enzo Biagi : "Certo, la Resistenza ha delle pagine altissime e delle pagine miserabili. Era fatta da uomini (...) La Resistenza fu determinata soprattutto dalla chiamata alle armi da parte della repubblica sociale, perché per gli italiani la guerra era finita l’8 settembre. Quella fu la grande illusione. Perché la guerra continuava e c’è stato un momento in cui uno doveva scegliere. Da una parte o dall’altra. Qualcuno ha fatto il partigiano per convenienza? Può darsi. Altri lo hanno fatto per seguire un ideale. (...) E’ vero, alla resistenza partecipò una minoranza esigua della popolazione. Ma anche il Risorgimento fu fatto da una minoranza, se ricordo bene. E anche la marcia su Roma. E anche la Rivoluzione russa: non mi pare che Lenin avesse attorno una grande compagnia.
Ci sembra tuttavia importante sottolineare che insieme ad una sparuta e contestata resistenza armata, ci fu anche nel territorio di Lucoli un’ampia resistenza anti-tedesca, in alcuni casi, non violenta e sempre e comunque collegata con le azioni dell'aquilano.
Essa fu espressa ad esempio dalle iniziative sorte negli ambienti cattolici che facevano capo all'arcivescovo Confalonieri, che il professor Colapietra ci descrive come "l’unico arcivescovo di eccezione avuto dall’Aquila in tutto il Novecento". Basterebbe citare in proposito l’ospitalità che fu concessa da conventi, come quello cappuccino di San Giuliano, a militari in fuga, perseguitati politici, ex-prigionieri di guerra alleati. 
Il rapporto della città con il clero è stato particolarmente importante negli anni del conflitto, poiché ha influito su svariati aspetti della realtà bellica, nonché su numerose vicende di ordine umano e morale. 
Momento fondamentale della vita religiosa aquilana fu l’arrivo in città di Monsignor Carlo Confalonieri, già uomo di fiducia di papa Pio XI, la cui permanenza a L’Aquila si protrasse per circa un decennio (1941-1950), finchè non fu nominato cardinale e tornò a Roma. Egli stesso scrisse un libro intitolato "Un decennio aquilano".
La presenza di questo eccezionale personaggio dal grande fascino anche esteriore, durante i difficili anni della guerra salvò più volte L'Aquila da inutili tragedie. 
Annotiamo una nostra personale esperienza associativa ed umana relativa alla famiglia Confalonieri: il nipote del Vescovo Confalonieri, oggi  anche lui vescovo,  nostro tramite si è adoperato durante la fase emergenziale post sisma per la comunità di Lucoli, facendo dono di elettrodomestici per la tendopoli di San Menna.
Senza dubbio, però, il caso più clamoroso di resistenza non violenta nella nostra zona (e nell’intero Meridione) fu quello dell’aiuto prestato da centinaia di civili agli ex-prigionieri di guerra alleati.
Nonostante la sua pericolosità, questo aiuto fu estremamente diffuso. Perché? Forse per opportunismo o per paura (gli Alleati erano ormai a ridosso della Provincia dell'Aquila), forse per convinzione politica, ma soprattutto, è fuor di dubbio, per un profondo senso di umana solidarietà e di carità cristiana radicato nelle comunità locali. 

Nell'immagine precedente un testo importante edito da Franco Angeli ove trovare cenni sugli episodi di resistenza avvenuti a Lucoli.
La banda denominata della Duchessa (in USR, ufficio per il riconoscimento qualifiche e per le riconoscenze ai partigiani, busta 61) operava a Lucoli e a Tornimparte, tra i componenti vengono citati: Lorenzo Selli, e tra gli operativi il tenente Orlando Colafigli (che, con altri, il 18 ottobre trafugò armi dal municipio di Lucoli) e lo studente in medicina Fernando Mandrucciani.
Sempre il gruppo della Duchessa si rese protagonista di sabotaggi e sottrazioni di materiale bellico nel deposito di munizioni ed esplosivo (detto "Manfred") posto per vari km lungo la strada da Genzano a Lucoli, potendo contare sulla collaborazione di infiltrati citati nelle persone di: Giorgio Vespaziani, interprete del comando posto a Lucoli (forse nella casa ove viveva il Prof. Cordeschi a Casavecchia?), Dante Aliucci, che faceva il doppio gioco a favore dei partigiani. Vespaziani venne poi catturato e condannato alla fucilazione, con altri (Fernando Madrucciani, Dario Zuccarini, Mario Celio) ma riuscì a fuggire (tranne Celio, ucciso il 31 maggio). Il carabiniere Ugo Ammanniti e l'alpino Benedetto Di Carlo furono intercettati mentre si recavano in montagna per raggiungere il gruppo partigiano e, su citazione delle storico Costantino Felice ed uccisi il 27 settembre 19443 (p. 222).
Formazione partigiana in movimento

Si ringrazia per l'aiuto fornito lo storico David Adacher, dell'Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza.

Per saperne di più:
WALTER CAVALIERI, L’Aquila - Dall’armistizio alla Repubblica 1943-1946, edizioni Studio 7 - l’Aquila, 1994
COSTANTINO FELICE, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, I.N.S.M.L.I.- I.A.S.I.F.R., Franco Angeli, 1993

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