martedì 30 agosto 2011

SI SALVI CHI PUO'.....SI APRE LA STAGIONE VENATORIA....UCCELLI DI LUCOLI..... FUGGITE!

Orgelkonzert, Francis Poulenc. IAF Film: R. Soldati
Il filmato di Roberto Soldati vuole essere un deterrente per placare, attraverso l'arte e l'amore per la natura, gli istinti omicidi verso i tanto amati (da vivi) pennuti locali! http://www.youtube.com/watch?v=a4qaszQFntM

http://www.regione.abruzzo.it/caccia/index.asp?modello=calendarioVenatorio&servizio=xList&stileDiv=mono&template=default&msv=cacciato1
Alcuni animali del territorio che saranno cacciati....
GHIANDAIA
La sua dieta è composta da uova d'uccello, cuccioli, topi, grandi insetti e larve. Arricchisce la sua dieta anche con nutrimenti vegetali quali ghiande, noci, fagioli, piselli, patate, mele, fichi, bacche e cereali. In inverno raccoglie ghiande, fagioli, noci e castagne e nasconde le sue provviste nella corteccia degli alberi, nei ceppi o nel suolo del sottobosco. Grazie alla conservazione delle provviste in certi luoghi di raccolta è in grado per tutto l'anno di mangiare il suo cibo preferito, le ghiande.

Ghiandaia
Cesena
CESENA
Viene a svernare in Europa meridionale e è in quel periodo che è visibile in Italia. La cesena raggiunge un peso di 87-100 gr. Il colore del piumaggio è grigio sul dorso, ali marroni, e parti inferiori, chiare e punteggiate. La cesena frequenta boschi, macchia mediterranea oliveti, vigneti, parchi e giardini. Più di altri frequenta i frutteti. La cesena è gregaria nel periodo riproduttivo. Le covate annuali possono essere 2. L'alimentazione della cesena è frugivora ed insettivora ma predilige in particolare i frutti del sorbo, del melo e del pero.
ALLODOLA
Alauda arvensis - passeriforme, durante il periodo riproduttivo si nutre di insetti, mentre per il resto dell'anno mangia anche semi, germogli ed erbe. E' un uccello monogamo e si riunisce in grossi stormi per emigrare. Quando l'allodola è agitata, solleva le piume del capo come una piccola cresta.
MERLO
merlo maschio
I tre giorni della merla - racconto popolare
Vi sono leggende che affondano le radici della loro origine nella notte dei tempi.
Se è vero, come certamente è vero, che per creare un proverbio occorrono mille anni, molti, molti di più sono quelli necessari a far nascere, dall’anima collettiva dell’Umanità, una Vera Leggenda.
Né si può essere certi (ed è questa l’essenza vera del racconto leggendario), mai si può essere sicuri della veridicità assoluta del contenuto, tanto il passare “di bocca in bocca” può avere modificato, durante i secoli, piccole o larghe parti del dettato originale.
Così come sarà accaduto a tante altre, anche questa Leggenda antica, che parla dei tre giorni più freddi dell’anno e dell’uccello che, in circostanze così particolari mutò il colore del proprio manto di penne, anche questa ha sofferto la trafila di piccoli e grandi cambiamenti, dovuti al passare del Tempo, al mutare delle Epoche e al differente sentire delle Persone.
Ecco come andarono, in verità, le cose.
Primo giorno
Si svegliarono un merlo e una merla nel nido che si erano fabbricati sopra un ramo, un mattino che faceva un freddo cane.
Durante la notte era nevicato, e una spessa coltre bianca ricopriva ogni cosa: i tetti delle case, i rami intirizziti degli alberi, le siepi, i cespugli, ogni palmo di terra per miglia e miglia intorno.
Dopo l’abbondante nevicata della notte, ora brillava il sole, chè un vento teso e gelido aveva spazzato via le nubi che avevano portato così tanta neve.
Era un vento aspro, tagliente, che soffiava da Nord e si portava dietro il gelo penetrante del Polo, morsa di ghiaccio che faceva scoppiare i tronchi degli alberi e le pompe dell’acqua nei cortili, fasciate di stracci e di paglia. Insomma, faceva freddo.
Il pallido sole, per quanti sforzi facesse, non riusciva a sciogliere la neve né ad allentare la morsa di gelo che attanagliava, crudele, ogni cosa.
Oltre al freddo il merlo e la merla dovevano sopportare (e non era sopportazione facile) i morsi della fame.
Sì, della fame più nera, perché, come ben sanno tutti i bambini di tutte le epoche, dalla notte dei tempi ai giorni nostri, un’abbondante nevicata copre, e nasconde alla vista degli uccellini, tutto ciò che può costituire per loro un nutrimento: una bacca, un insetto, un pezzetto di pane, qualcosa di commestibile gettato via da chissachì.
Il merlo e la merla, in quel giorno di freddo e di fame, di tutto avevano voglia, tranne che di cantare.
“Anche per oggi non si canta!” disse il merlo alla merla.
“Anche per oggi non si mangia!” gli rispose la compagna, prima di piegare il capo sotto l’ala all’imbrunire, quando il sole stava ormai per tramontare, ed era giunta l’ora di dormire.
Se a quei tempi fosse esistito un calendario come quello dei giorni nostri, sarebbe stato il tramonto del Ventinove Gennaio.
Secondo giorno
Durante la notte era nevicato ancora.
Non molto, in verità, una nevicata leggera, ma quel tanto che bastava per coprire le tracce lasciate da qualche animale notturno uscito in cerca di cibo ed il becco giallo dei due uccellini che ora, stretti vicini vicini nel loro nido sul ramo, erano completamente invisibili, bianchi com’erano dal becco ai piedi.
Sì, bianchi bianchi perché dovete sapere che, in origine, i merli avevano avuto in dotazione da Madre Natura un bellissimo manto di penne bianche, candide e lucenti.
Il candore della loro livrea era tanto perfetto che d’inverno, quando tutto era coperto di neve, era quasi impossibile distinguerli dallo sfondo dell’ambiente circostante, e si poteva indovinare la loro presenza solo ascoltando il loro canto armonioso.
“Anche per oggi non si mangia!” disse la merla destandosi quel mattino, affamata più che mai e più che mai disperata di poter trovare, in tutto quel biancore, qualcosa da mettere nel becco.
“Anche per oggi non si canta!” le rispose il merlo che era ugualmente, se non di più, affamato, ma non tanto disperato quanto la sua compagna, e questo perché era, per natura e per carattere, un inguaribile ottimista.
“Non disperare, cara! Vedrai, vedrai che la neve si scioglierà e lascerà apparire qualcosa sul terreno, o su una siepe o su un ramo, magari una bacca o un vermiciattolo o un insetto, o un pezzo di pane caduto a qualcuno ed io, appena lo vedrò, mi ci precipito in un volo, e metà lo mangio io, metà lo porto qui nel nido, per te. Stai certa che di fame non moriremo!”
Rimasero così, i due merli, bianchi bianchi, stretti stretti, cercando di scambiarsi un poco di calore, scrutando con gli occhi affamati tutto quel biancore, attorno, finchè non arrivò la fine anche di quel giorno, fatto di neve, di freddo e di paura di morire.
Misero le teste sotto le alette bianche, e provarono a dormire.
Se avessero avuto il costume e l’abitudine di numerare i giorni alla stessa maniera di come usiamo farlo noi di questi tempi, avrebbero segnato quello come il Trenta di Gennaio.
Terzo giorno
Se si fossero numerati i giorni così come facciamo adesso noi, quello sarebbe stato il Trentuno di Gennaio.
Non nevicava più ormai da molte ore, e il sole del mattino sembrava, per la prima volta dopo tanto freddo, spargere attorno un fievole tepore.
Il merlo e la merla si destarono al primo albeggiare, più infreddoliti e affamati che mai.
“Sono tre giorni che non si mangia!” disse la merla, lamentosa ed aspra.
“E che non si canta!” rispose il merlo, con nella voce un’eco, seppur lontana, di speranza.
“E tu che non pensi ad altro che a cantare!” quasi gli inveì contro la merla.
“Guarda invece se vedi qualcosa da mangiare, per terra o sopra un ramo, o su una siepe! Un insetto, una bacca, una buccia di qualcosa, purchè sia! Sai bene che il giorno che si digiuna, non si canta!”
“Ha ragione!” pensò tra se e se il merlo “E’ noiosa e pedante, pessimista e avvilente con quel suo continuo criticare, ma stavolta, ed in questo, ha ragione: che se non si trova qualcosa da mangiare, e presto anche, qui si rischia davvero di morire. Altroché cantare!”
Ma anche questi pensieri, il merlo, li faceva senza rabbia né sconforto: in cuor suo, ottimista com’era, era ancora speranzoso di trovare qualche cosa da mangiare per se e per la sua acida compagna.
E così fu che, proprio poco prima del tramonto, forse per merito del suo giusto ottimismo, o forse a causa del suo eccessivo ottimismo, al merlo parve di vedere, lontano, nella neve, un punto scuro, qualcosa che spuntava dalla coltre bianca e che, forse, poteva essere qualcosa di commestibile, di nutriente, di vitale.
“Guarda là!” disse entusiasta alla compagna.
“Là, proprio in mezzo alla radura! Vedi quel punto nero che spunta dalla neve? Sarà di certo un fungo, od una bacca, o meglio un insetto morto; comunque sia, qualcosa da mangiare!”
“E se invece ti sbagli?” ribattè con fare cinico la merla che aveva dentro, anche più forte del freddo e della fame, un invincibile ed inesausto spirito di negazione.
“Se è un sasso, o un ramo o… peggio? Insomma, qualche cosa che non si può mangiare? Se non sei sicuro di che cosa è, chi te lo fa fare di volare fino là, che poi se non è commestibile rischi di non avere nemmeno la forza di tornare, e va a finire che muori tu e lasci qui anche me, senza mangiare!”
“E’ vero” pensò fra se e se il merlo “Se volo fino là, e poi non è una cosa che si mangia, di certo non avrò le forze per tornare al nido. E già si fa la notte.”
E lo fece tanto intensamente che, per la prima volta in vita sua, non pensò a cantare.
“Comunque sia”disse alla merla “io vado! Restando qui sono certo comunque di morire, e io invece scelgo di vivere, e rischiare!”
E, detto ciò, volò con le sue ali bianche sopra la neve bianca e contro il cielo fatto nuovamente bianco di nuove nubi cariche di neve.
Con l’ultimo barlume di energia posò le zampe sopra quel rilievo scuro che spuntava dalla coltre bianca e subito si accorse, con grande dispiacere, che si trattava proprio di quello che si era persino rifiutato di pensare.
Di cane no, perché era troppo grossa, ma di cavallo, di mucca o di orso: sicuramente roba di un animale che, per sua fortuna, lui sì che aveva avuto, e in abbondanza anche, da mangiare.
“E ora, che faccio?” pensò fra se e se il merlo che, ottimista e positivo com’era, si rifiutava di pronunciare, anche soltanto di dire, di quella cosa, il nome.
“Se non la mangio, muoio di certo qui, che non avrò la forza di levarmi in volo. E poi, fredda com’è, quasi gelata, può darsi che non si senta neanche tanto il sapore. E un poco di energia me la può sempre dare. Se non altro, metterò qualcosa nello stomaco!”
E senza altro pensare, decise di provare a dare un primo colpo con il becco. Per assaggiare.
Mangiato che ebbe, il merlo speranzoso, sentì crescergli dentro nuova fiducia, e vita.
Buona non era, ma gli riempiva lo stomaco, e sentì che l’insolito cibo gli infondeva un po’ di calore ed energia.
Si alzò in volo e tornò dalla compagna, sull’albero, nel nido, deciso più che mai a convincerla a fare lo stesso volo, e a mangiare anche lei qualcosa.
“Buona non è” le avrebbe detto col tono più convincente che avrebbe saputo trovare “ma almeno, per oggi, di fame non dovrai morire!”
Non si era accorto, il merlo, che nell’affaccendarsi attorno a quello strano e inusitato cibo, le penne gli si erano sporcate tutte, cambiando il loro bianco candido in un colore scuro, e che da uccello colore della neve si era trasformato in merlo nero.
Non lo sapeva, e un po’ per la soddisfazione di avere la pancia piena, un po’ per l’entusiasmo di condividere con la sua compagna una speranza di salvezza, fattostà che nel volo si mise a cantare.
Un cacciatore, udita la sua voce, notò l’uccello nero che si stagliava in volo contro la neve bianca, bersaglio nitido che non si può mancare.
Un lampo, un tuono, e il merlo cadde colpito dritto al cuore.
La merla, da stare dentro il nido, vide la scena e non potè, nemmeno in questo tragico momento, trattenersi dal parlare con rancore.
“Stai morendo?” disse al merlo che giaceva nella neve. “Ebbene, ti sia di insegnamento, così impari!”
“Imparo cosa?” disse il merlo, che faceva ormai fatica anche soltanto a respirare.
“Che il giorno che si mangia merda, non si canta!”
Era cinica, la merla, cinica e crudele, ed acida e maligna, e senza amore.
Però, pur non avendo un cuore, pensò che non sarebbe stato bello se l’Uomo, con il suo vizio di crearsi di ogni cosa un Mito e una Leggenda, avesse, nel futuro, legato il nome ed il colore nero di ogni merlo a un episodio davvero così poco edificante.
“Andrò a ripararmi sotto un comignolo” decise. “Così, col fumo, anche le mie penne diventeranno nere, ed il colore della nostra livrea sarà associato al gran freddo di queste tre giornate e non alla robaccia immonda che si è mangiato quello sciocco sognatore!”
E così fece.
E così fu che, da allora, merito o colpa di questa saggia o astuta decisione, a questo si attribuisce il fatto che i merli hanno le penne nere: al riparo che cercò, in un comignolo, dal freddo di quegli ultimi tre giorni di Gennaio.
Giorni che da quel tempo sono chiamati, appunto, i Giorni della Merla.
E forse, piuttosto che in un altro modo, è davvero meglio che vengano chiamati così.

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