mercoledì 2 dicembre 2020

Quest'anno il Presepe che sarà esposto in Piazza San Pietro a Roma arriverà dal Paese di Castelli. Il Presepe monumentale è un simbolo dell'Abruzzo.



La nostra Associazione ha realizzato molti progetti con l'Istituto "F. A. Grue" di Castelli ove il presepe monumentale è stato realizzato ed è tutt'ora custodito, siamo molto affezionati al corpo docente. NoiXLucoli Onlus ha donato per tre anni consecutivi una borsa di studio agli studenti per organizzare corsi estivi.

Una riproduzione, più piccola di alcune figure del presepe, fu portata dai nostri soci, nel 2014, al mercatino di Mezz'agosto organizzato dall'Associazione Amici di San Michele a Vado Lucoli. Fu un grande impegno: imballare le statue, trasportarle e sorvegliarle affinchè non si danneggiassero, ma volevamo esporre, seppur in un contesto molto semplice, queste opere orgoglio di tanti studenti "del sud", che resistono, studiando in un Liceo artistico di montagna, sperando di costruirsi delle professionalità nel settore dell'artigianato, tanto precario e spesso non apprezzato.

Il Presepe con statue di grandezza maggiore del naturale, è un simbolo culturale per l’intero Abruzzo, ma anche un oggetto di arte contemporanea che affonda le sue radici nella tradizionale lavorazione della ceramica castellana. L'opera è stata realizzata dagli alunni e dai docenti dell’Istituto d’arte “F.A. Grue”, attuale liceo artistico statale per il design, che, nel decennio 1965-1975, dedicò l'attività didattica al tema natalizio. In Piazza San Pietro verranno esposti solo alcuni pezzi della fragile collezione composta da 54 statue. Verranno collocate lateralmente a una pedana luminosa di circa 125 metri quadrati che circonda in leggera pendenza parte dell’obelisco. Le sculture rappresentano i Magi; al centro, sul punto più alto della pedana, è collocato il gruppo della Natività con l’Angelo, posto sopra la Sacra Famiglia a simboleggiare la sua protezione sul Salvatore, Maria e Giuseppe.

Una breve storia dell'opera monumentale: il primo gruppo di statue, costituito dalla Sacra Famiglia, venne realizzato insieme con lo zampognaro, la pastorella con brocca, il suonatore con flauto di Pan, la bimba con bambola. Ispiratori del progetto furono Serafino Mattucci, allora direttore e animatore dell'Istituto, i professori Gianfranco Trucchia e Roberto Bentini. Con grande entusiasmo parteciparono all'iniziativa gli alunni e tutto il personale tecnico del liceo. Nel Presepe abruzzese si trovano forti richiami alla storia dell’arte antica, dall’arte greca a quella sumerica, passando per la scultura egizia. Inoltre, negli oggetti che arricchiscono il presepe e nella pentacromia castellana con cui sono state decorate le opere, si ritrova la memoria dell’arte della ceramica locale. Le statue sono state realizzate con moduli ad anelli che, sovrapposti, formano busti cilindrici. In alcune figure, soprattutto nell’uso del colore, si ritrova la sperimentazione e il rinnovamento dell’arte ceramica sviluppati in quegli anni nel liceo Grue. La prima esposizione pubblica del Presepe avvenne a Castelli, sul sagrato della chiesa madre nel dicembre 1965 poi, nel Natale 1970, fu la volta dei mercati di Traiano a Roma e, qualche anno dopo, di Gerusalemme, Betlemme e Tel Aviv.
La statua di Maria del presepe, riprodotto su scala ridotta, esposta nel 2014 a Vado Lucoli

Altre figure del presepe esposto a Vado Lucoli


Museo della Ceramica di Castelli le figure monumentali dei Re Magi

Museo della ceramica di Castelli figura di soldato del presepe monumentale


Vi alleghiamo una interessante testimonianza sull'opera monumentale, orgogliosi di averla fatta conoscere al territorio di Lucoli.

martedì 6 ottobre 2020

LA REGIONE ABRUZZO RICONOSCE IL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI COME CUSTODE DI ALCUNE VARIETA' DI ALBERI DA FRUTTO A RISCHIO DI ESTINZIONE

L'idea del GIARDINO della MEMORIA di Lucoli è nata anche dalla consapevolezza che in Italia e nella Regione, soprattutto nell’ultimo decennio, si sta assistendo ad una rapida erosione ed estinzione della diversità genetica della vegetazione, con gravi conseguenze a livello ambientale. 
Dieci anni fa il progetto di NoiXLucoli Onlus, dedicato alla memoria delle vittime del terremoto d'Abruzzo del 2009, si poneva l'obiettivo di contribuire a salvaguardare le antiche varietà di piante da frutto dell'Aquilano. Le antiche cultivar presenti nel Giardino di Lucoli, sono frutto di selezione operata sia dall’uomo che dalla natura con il passare del tempo e che si sono evolute con caratteristiche genetiche tali da permettere alle piante di resistere e adattarsi ai cambiamenti climatici. Si tratta di un patrimonio a rischio di estinzione che è stato sapientemente alimentato e conservato da un'agricoltura che purtroppo, oggi, mostra segni di resa e che NoiXLucoli Onlus conserva e protegge, con sole risorse private, con il progetto GIARDINO della MEMORIA. 
La nostra Associazione si è spesa prevalentemente negli ultimi tempi, in azioni che avevano l’obiettivo di recuperare, conservare e valorizzare le varietà di piante da frutto autoctone. 
Per favorire la conservazione di tali cultivar il Giardino della Memoria di Lucoli è entrato nella Rete degli Agricoltori Custodi, coltivando e conservando tre specie di mele: la limoncella, la renetta ruggine e la zitella. 
Mela Limoncella

Mela Renetta Ruggine - Foto di Roberto Soldati

Mela Zitella
Grazie agli agricoltori custodi la salvaguardia della biodiversità agricola è garantita e le varietà locali possono continuare ad evolversi, mantenendo vivo il collegamento con la matrice culturale d’origine. Il sistema di tutela della biodiversità agraria è stato istituito in Abruzzo nel 2018 e prevede un registro delle risorse genetiche vegetali a rischio di estinzione, i registri degli agricoltori custodi, una banca del germoplasma e la rete regionale per la biodiversità agraria.
In una definizione non troppo recente l’agricoltura è la tecnica e la pratica della lavorazione della terra al servizio dell’uomo. Nell'epoca attuale l’agricoltura deve essere consapevole perché il futuro sarà la frontiera in cui le risorse saranno utilizzate in modo responsabile. Possiamo parlare, quindi, degli agricoltori custodi come di tutti coloro che difendono e lavorano la terra per preservare il paesaggio - non solo agrario - e per conservare la biodiversità. 
I nostri soci si riconoscono appieno in questa definizione certi di contribuire a creare un valore aggiunto al territorio di Lucoli, lavorando alla conservazione della biodiversità agronomica dell'Appennino attraverso il mantenimento, la coltivazione, lo studio con la Regione Abruzzo e lo scambio di varietà antiche di semi e frutti. Tutto ciò è un bene comune, perché il Giardino della Memoria di Lucoli è anche un luogo di grande bellezza e conoscenze a disposizione di tutti. Essere annoverati nella rete degli agricoltori custodi ci ricorda, come volontari, che la nostra Associazione ha una valenza sociale perché con questa attività essa interagisce con l’ecologia (la tutela dell’ambiente e della biodiversità) e la società (la responsabilità sociale verso la tradizione e la cultura agricola del territorio che è anche una sua ricchezza).
Questo risultato ci riempie di nuovo entusiasmo e ci rende consapevoli di nuove responsabilità.




giovedì 1 ottobre 2020

ll 5 giugno 2020 si sono aperte le celebrazioni dell’Ottocentenario della morte di San Franco

 

Abbazia di San Giovanni di Lucoli - Foto Maurizio Manieri

San Franco un Santo che per ben venti e più anni della sua vita ha vissuto a Lucoli, eppure oggi, sembra non esservi traccia del suo ricordo. Al Santo è stato attribuito il potere taumaturgico di guarire le malattie della pelle, all’origine dei riti idroterapici compiuti presso la sorgente dell’acqua di San Franco, gli viene attribuito anche un ruolo di mediatore tra ordine sociale e natura selvaggia, riconosciuto al Santo dalla tradizione medioevale visto il suo patrocinio contro le aggressioni di animali da preda o comunque potenzialmente pericolosi.

La nostra Associazione, che ha tra le sue finalità anche quella del recupero della memoria storica e culturale del territorio, da diversi anni si è impegnata nella ricerca di testimonianze sul Santo, anche in collaborazione con la Soprintendenza dell’Aquila.

I soci di NoiXLucoli Onlus hanno pensato che quella del 5 giugno poteva essere una data importante anche per Lucoli e non solo per le comunità di Assergi e Roio, che segnano i tre principali momenti della vita del Santo; di Arischia che nel suo territorio annovera l'Acqua di San Franco, di Ortolano che lo onora e ricorda nella sua chiesa, di Forca di Valle (TE) che lo festeggia come patrono, ma di tutto l’Aquilano, anzi di tutti i territori che lo hanno onorato nei secoli con il loro culto ed i loro pellegrinaggi.

Nel 2019 siamo entrati in contatto con l’Associazione “Assergi: cultura, memoria e montagna”, nata proprio in occasione dell’evento “Ottocentenario di San Franco”, che ha fatto da motivazione e da punto di coagulo di interesse. Questa Associazione si è posta l’obiettivo di fare qualcosa in Assergi che potesse dare risonanza a questa celebrazione da un punto di vista culturale e di coinvolgimento del territorio.

Abbiamo partecipato con entusiasmo a varie riunioni apprezzando il percorso di studio e di approfondimento territoriale avviato dai promotori. Ci hanno insegnato a riscoprire la memoria, il passato e, attraverso di esso, a tentare di ricostruire una linea storico identitaria che potesse sostenere uno sviluppo cosciente del nostro territorio.  I nostri soci hanno riscoperto le tracce di radici lontane otto secoli fa arrivando al tempo in cui San Franco viveva nell’Abbazia di San Giovanni di Lucoli e poi in una grotta del territorio.

Gli incontri con l’Associazione di Assergi ci hanno fatto conoscere San Franco come personaggio storico religioso, che può dire molto anche ai giovani di oggi, in veste anche attuale come simbolo e come messaggio culturale e di fede. L’Ottocentenario ha permesso di incontrarci e conoscerci acquisendo una cultura di rete e di collaborazione con altre Associazioni che ha rivitalizzato la motivazione ad agire ed al fare. Il Covid-19 ha però frustrato i nostri progetti, limitando gli incontri ed anche il programma di eventi che avevamo previsto per Lucoli. Siamo però riusciti a partecipare ad alcuni iniziative e ad organizzare le seguenti attività:

5 giugno 2020, Ottocentenario di S. Franco - Assergi


La statua di San Franco
I nostri soci hanno partecipato alla Santa Messa nella chiesa "Santa Maria Assunta" celebrata da Sua Eccellenza Mons. Orlando Antonini, Nunzio Apostolico, insieme a Padre Carmine o.f.m., Ezenyimulu Don Titus Parroco di Arischia, Don Ennio Raimondi che è stato ad Assergi nell'anno del terremoto, Don Manuel Cepeda Parroco di Assergi.

Citiamo alcune frasi dell’omelia di Mons. Antonini nelle quali si riportano le esperienze del Santo a  Lucoli: ”S. Franco scelse la prima alternativa: portato da Dio a trovare più gioia nel suo amore di quanto la cupidigia ne trovi nell’oro, rinunciò a tutti i suoi beni prima entrando nel monastero di S. Giovanni di Lucoli e, dopo venti anni, ritirandosi completamente dal mondo e dandosi alla penitenza, alla ricerca continua dell’unico necessario e alla preghiera incessante, munito dell’armatura di Dio come abbiamo sentito nella prima lettura, resistendo alle insidie del diavolo e restando in piedi dopo aver superato tutte le prove”. “È proprio la storia di S. Franco. Praticata prima la vita cenobitica a Lucoli per ben vent’anni, rifiutò l’elezione ad Abate – oltre alla santità possedeva quindi anche doti di discernimento e di governo – e divenne eremita, in un primo tempo tra i boschi lucolani e infine sulle rocciose impervie montagne del Gran Sasso”.

13 agosto 2020 - Il Respiro della Montagna

quadri di racconto, musica e canto.

 


I nostri soci insieme ad alcuni dell’Associazione Amici di San Michele Onlus hanno partecipato alla rappresentazione il “Respiro della montagna”. Opera in testi e musica, articolata e composita centrata sui temi dell’ esperienza umana e religiosa di un monaco eremita del lontano 1200 sui monti del Gran Sasso, in mezzo a una natura incontaminata anche se selvatica e su quelli contemporanei della realtà ambientale odierna con annessi rischi e problemi. La rappresentazione composta dal  racconto, musica e canto voleva stimolare i partecipanti ad orientarsi verso un futuro di speranza e di costruzione, giorno per giorno, di una nuova realtà, pensando all’enorme ricchezza e valore dei territori montani.

20 agosto 2020 – Escursione nel territorio di Lucoli alla “Grotta di San Franco”.

I nostri soci insieme ad alcuni dell’Associazione Amici di San Michele Onlus ed a quelli dell’Associazione “Assergi: cultura, memoria e montagna” hanno partecipato ad una escursione alla scoperta della Grotta di San Franco.  Abbiamo percorso un itinerario in un giorno d’estate coinvolgendo persone motivate ad esplorare “l’altrove” naturale e mentale, volendo condividere con tutti i significati remoti assorbiti dall’oblio per riscoprire il nostro retroterra storico legato alla figura del Santo. Un libro di recente pubblicazione conferma l’identificazione di tale luogo nella Montagna di Lucoli e Tornimparte presso l’eremo di Sant’Onofrio (Roio storia di una Terra attraverso i secoli – Croce Rotolante - 2020). La grotta di Sant’Onofrio, che si affaccia sul profondo omonimo vallone, è un riparo a 1.400 metri d’altezza su una parete rocciosa del monte Orsello, poco oltre i ruderi del villaggio medievale di Sant’Eramo. La grotta, raggiungibile con un ripido sentiero in parte ferrato, è provvista di gradoni scavati nella roccia, di un rozzo altare in pietra e di alcune nicchie.

Citiamo altri riferimenti di letteratura sulla vita di San Franco relativi al bosco di Lucoli ove visse in una grotta: “Trascorso un ventennio di lunga riflessione, decise di abbandonare la vita monastica per recarsi in posti più reconditi, in cui poter vivere la sua ascesi in solitudine, seguendo le orme del Battista, al quale l’Abbazia era stata consacrata, come predicatore di penitenza. La sua scelta esistenziale declinò verso percorsi più austeri che lo porteranno ad immergersi nella purezza della natura, con la quale entrò in perfetta simbiosi nella continua ricerca della perfezione e quindi della santità. Saranno due fiere le protagoniste della vita eremitica del Santo: l’orso e il lupo. Una volta ottenuto il permesso dal superiore dell’Abbazia di San Giovanni Battista, una sera si congedò dai suoi confratelli salutandoli con il bacio della pace e verso mezzanotte, mentre i monaci dormivano, vestito con i suoi consueti indumenti, con un “sacchetto” contenente nove pani, un pugno di sale, una fiaschetta, una catinella, un breviario e altri pochissimi oggetti, lasciò il monastero. La sua età era prossima ai quaranta anni. Non molto distante dal convento, nel vicino bosco (Antinori, Annali, parte I, vol.7, pag 529), incontrò un orso che lo precedeva e, seguendolo, raggiunse una grotta cinta di rovi e di spini, proprio nel punto in cui la selva diveniva più folta. In prossimità della nicchia zampillava dell’acqua limpida che scaturiva dall’incavo di una quercia. Il luogo di questo suo primo ricovero, come afferma l’Antinori, non era molto distante dal monastero, mentre gli Atti del Santo (Dissertazione del Tomei, Lezione II), nell’individuare tale sito, fanno riferimento genericamente a remote selve; presumibilmente la spelonca doveva comunque essere ubicata nei monti del Lucolano o in prossimità degli stessi.” (San Franco di Assergi – Storia di eremitismo e santità alle pendici del Gran Sasso – Ivana Fiordigigli).

Il 20 agosto, confidando nel luogo all’aperto e rispettando tutte le regole di sicurezza previste per il covid 19, ci siamo recati a quella riconosciuta come la grotta di San Franco. Abbiamo percorso il pianoro roccioso sul versante Ovest di Monte Orsello dove sono ancora visibili i resti dell’antico villaggio medievale di Sant’Eramo menzionato in una bolla papale del 1215. Degna di nota la bellezza delle pietre accumulate ove oggi trovano riparo gli armenti che ci hanno accompagnato in tutta l’escursione. In questi luoghi sono ancora visibili le tracce delle Vie Amiternine, antiche mulattiere ormai abbandonate, ma che secoli addietro facevano da congiunzione a due delle più importanti vie di comunicazione de centro Italia: la Via Salaria e la Via Valeria. Attraverso di esse la Conca Aquilana e la Marsica trovavano il possibile collegamento per gli scambi commerciali. Il vallone di Sant’Onofrio, prendeva il nome del Santo che vi aveva dimorato, al riparo di una spelonca ricavata nella sua parete rocciosa (notizie sulla vita dell'eremita sono scarse, secondo le antiche agiografie il monaco copto, vissuto nel V secolo, figlio del re di Persia, trascorse la sua esistenza in eremitaggio nel deserto, sull'esempio di San Giovanni Battista e del profeta Elia, non c’è letteratura in merito alla sua vita in Abruzzo).  

Finalmente giunti alla grotta che si apre  come una balconata esposta a Sud, e raccoglie al suo interno tutto il calore del sole, affaticati ma felici ci siamo immortalati con le foto ricordo. Il bosco sottostante mitiga qualsiasi movimento del vento, lasciando colmare quel luogo soltanto di pace e beatitudine.





17 Ottobre 2020 – Piantagione di un albero di ciliegio in prossimità dell’Abbazia di San Giovanni di Lucoli.

 La nostra Associazione pianta alberi da quando è stata costituita perché piantare alberi nella semplicità del suo gesto, è un degli atti più simbolici e ricchi di speranza che si possano, immaginare e offrire ad una comunità. Significa mettere radici, saper aspettare, vivere nel ritmo della natura e contribuire al futuro della Terra. Ci sono degli episodi che legano San Franco a degli alberi, quello che riportiamo è legato ad un albero di ciliegio.

Si racconta che a Roio nella casa identificata come quella in cui nacque San Franco si conservassero agli inizi del secolo passato, i resti di un prezioso cippo del ciliegio fatto crescere nel semenzaio della famiglia del futuro religioso. Nella tradizione popolare si narra di un miracolo avvenuto nel lontano medioevo, in un piccolo borgo montano dell'Appennino abruzzese, chiamato Rogie in villa Morchonia 1, non lontano, di rimpetto, ad ovest, dalle Alpi Sabine, nel punto in cui il sole lascia il suo cammino. La città dell'Aquila non era ancora stata edificata. La vicenda ebbe come protagonista un giovane pastore di nome Franco, futuro Santo, il quale, un giorno di settembre, accomiatandosi dalla madre per seguire il gregge che svernava nella lontana Apulia, promise alla genitrice che il loro prossimo incontro sarebbe avvenuto quando i frutti tornavano a colorare l'albero di ciliegio posto nell'orto della casa paterna. Il fatto si manifestò, ma non a giugno, come era naturale che fosse, bensì a gennaio, nel pieno dell'inverno. Lo stupore per il miracolo e la gioia nel riabbracciare il figliolo regalò un momento di felicità e serenità a quella madre che solo la magia della natura e la purezza d'animo dell'uomo sanno donare.

Collegandoci a questa narrazione i soci di NoiXLucoli Onlus hanno deciso di piantare un albero di ciliegio per ricordare il “miracolo del ciliegio”, un cippo in pietra, vicino alla pianta, ricorderà anche a Lucoli la data dell’ottocentenario.

Tutti questi eventi ci hanno accompagnato dal novembre del 2019, è stato un programma ricco di scambi e per noi di apprendimento. Ringraziamo i soci dell'Associazione "Assergi: cultura, memoria e montagna" per la professionalità e la grande motivazione (che ci ha contagiati).

venerdì 26 giugno 2020

TROPPO CALDO E' IL BOOM DI PROCESSIONARIA NUOVA GIORNATA DI MANUTENZIONE AL GIARDINO DELLA MEMORIA PER DEBELLARLA

Con i cambiamenti climatici ora la ritroviamo anche sotto i mille metri.
Uno dei fattori limitanti di questa specie sono sostanzialmente le basse temperature invernali. Quest'anno però il clima è stato mite. L'esperto Sandro Zanghellini, naturalista, accompagnatore di media montagna e componente della società Albatros, afferma: ''Negli ultimi anni l'aumento delle temperature ha anticipato il ciclo vitale di questo animale".
Un inverno con le temperature miti è una delle principali cause che porteranno quest'anno ad un vero e proprio boom di processionaria il nostro GIARDINO DELLA MEMORIA di Lucoli non è esente da questo fenomeno e quest'anno avremo pochissimi frutti. Sono moltissimi i grossi nidi bianchi sugli alberi che nelle ultime settimane cerchiamo di debellare con molteplici interventi.
Il nome scientifico è Thaumetopaea pityocampa è una farfalla diffusa in tutta l’Europa meridionale che attacca soprattutto il pino silvestre e il pino nero. Uno dei fattori limitanti di questa specie, infatti, è rappresentato sostanzialmente dalle basse temperature invernali. Ogni anno ci sono quindi delle fluttuazioni numeriche sulla presenza che per il 2020 è prevista consistente. 
Il ciclo vitale della processionaria fa si che l'inverno venga superato in forma di bruco e non sono molte le specie che effettuano questa trasformazione. I bruchi durante la stagione fredda rimangono protetti in un grosso nido di seta che si costruiscono dopo essere nati sulla pianta dove la femmina della falena ha deposto le uova. Da qui scenderanno solo quando avverrà la metamorfosi nella primavera successiva. Sulle piante adesso ci sono i nidi che contengono i bruchi nati durante l'estate 2019 dalle uova depositate dagli adulti. Sono rimasti in quel posto in agosto, settembre, ottobre e poi tutti assieme hanno fanno il nido dove passare l'inverno. I bruchi sono già usciti e pur mantenendosi ben ancorati alle piante, escono di notte per mangiare le foglie. Hanno già terminato la loro crescita, e dovrebbero lasciare definitivamente il nido per poi scendere sul terreno dove sprofondare e fare il bozzolo, trasformarsi in crisalide e poi in falene.
L'inverno quest'anno è stato mite e la mortalità di questa specie è stata quindi molto bassa anche se ovviamente ci sono stati dei parassiti. 
Questo insetto può causare problemi di ordine sanitario all’uomo e agli animali che entrano in contatto con i peli urticanti di cui sono provviste le larve. I peli urticanti possono provocare reazioni allergiche con sintomi a carico della pelle, degli occhi o del sistema respiratorio.
Oggi 26 Giugno i nostri soci hanno lavorato per la cura degli alberi e per la sfalciatura dell'erba.
Cerchiamo di recuperare la situazione e di salvare i nostri alberi.


Il lavoro di sfalciatura

domenica 31 maggio 2020

DONATECI IL VOSTRO 5X1000 PER IL NOSTRO IMPEGNO A COLTIVARE LA MEMORIA



Il 5 per mille NON è una tassa in più: è una parte dell'Irpef, l'imposta che tutte le persone fisiche sono tenute a pagare in base al loro reddito annuo. Questa quota obbligatoria può essere usata per aiutare un'organizzazione di volontariato - Onlus come NoiXLucoli.
Sono dieci anni che ci occupiamo del Giardino della Memoria di Lucoli dedicato alle vittime del terremoto del 2009 e coltiviamo specie da frutto appartenenti alle cultivar dell'Appennino in pericolo di erosione e/o scomparsa.
La nostra Associazione valorizza la cultura della memoria e della cura per la natura principalmente attraverso il mantenimento di due “monumenti verdi” che cura e coltiva rendendoli liberamente fruibili a tutta la Comunità: Il Giardino della Memoria del Sisma ed il Parco della Rimembranza.
I volontari sono meritevoli di sostegno sulla base di ciò che realizzano, della reputazione che acquisiscono, l'Associazione non ha finanziamenti pubblici ed è per questo, con i risultati del nostro lavoro sotto gli occhi di tutti, che chiediamo un aiuto concreto, finalizzato in primis alla gestione, conservazione e arricchimento del patrimonio arboreo di questi siti.
Le foto dei frutti recuperati che coltiviamo nel Giardino della Memoria illustrano il nostro paziente lavoro. 
Ricordiamo che lo scorso anno abbiamo donato 60 alberi di queste piante alla Comunità locale.









Associazione NoiXLucoli Onlus Codice Fiscale: 93047640664

GRAZIE

martedì 19 maggio 2020

BIODIVERSITA' ORTICOLA AL VIA LA SESTA EDIZIONE

Sono sei anni che selezioniamo semi per i nostri orti sulla base del loro grado di rarità seguendo le indicazioni dell'Associazione Culturale "Cercatori di Semi". Acquistiamo le sementi tramite web e con l'aiuto dell'Azienda Agricola che cura il Giardino della Memoria del Sisma di Lucoli iniziamo la coltivazione, i nostri soci entrano in possesso di piante in ottime condizioni fitosanitarie da piantare nei loro orti.
I semi sono di massima purezza, essiccati e disidratati con l'aiuto del Silica Gel 8, secondo le istruzioni dell'Orto Botanico della Sapienza di Roma. Infine sono stoccati ad una temperatura di 5 gradi. Tutto il materiale biologico che acquistiamo non è ibrido F1. 
NoiXLucoli promuove questo progetto di coltivazione per salvare i semi, promuovendo la biodiversità attraverso la divulgazione di specie antiche e anche delle tecniche per produrre e conservare le sementi in proprio. 
Nel momento della raccolta l'orgoglio dei frutti dei nostri coltivatori viene divulgato e premiato.
Tomatillo viola
Una tra tutte le sperimentazioni di quest'anno il: Tomatillo Viola (Physalis ixocarpa). Proviene dal Messico ed è una specie davvero interessante. La Pianta è a portamento cespuglioso dalle belle foglie verdi, arriva all'altezza di circa un metro, molto produttiva e regala numerosissimi frutti verdi della grandezza di un pomodoro, al quale somigliano per la forma. I tomatillo sono racchiusi in un involucro dalla consistenza cartacea, che li protegge fino alla maturazione. Il gusto acidulo lo rende ingrediente di buonissime salse, che offrono molti nuovi spunti culinari verso nuovi sapori. Si coltiva come il pomodoro ma manca di fiori perfetti, occorre quindi avere più piante per l'impollinazione. Teme il gelo ed è consigliabile trapiantarlo quando le temperature sono più miti. La pianta è rustica e molto resistente a fitopatologie e parassiti. È utile aiutarla con un sostegno per via del peso dei frutti. Il tomatillo viola è meno acidulo delle altre varietà e contiene antociani come il mirtillo.

venerdì 8 maggio 2020

CIAO SOFIA! AVEVI SOLO UNDICI ANNI MA CI HAI REGALATO TANTA GIOIA.


”La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata”,

mi spiegò mia madre poco prima di andarsene.
“Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”.
“Mi ricorderò di te” le promisi. […]
Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne nebbia e la vita uscì da lei senza amore.
Isabel Allende, Eva Luna
Sofia Marrelli in un disegno
Non ti dimenticheremo.
Tutti noi con i quali hai giocato e lavorato al Giardino della Memoria

mercoledì 6 maggio 2020

CE L'ABBIAMO FATTA! RIPOSIZIONATA LA NUOVA TARGA IN PIETRA CON L'INDICAZIONE DEL GIARDINO DELLA MEMORIA



Siamo affezionati a questa targa in pietra della Majella che fu realizzata e ci fu donata per l'inaugurazione del Giardino della Memoria da Claudio Di Biase. 
Lui ci disse che "voleva esserci" in questa impresa e ci riscaldò il cuore per la sua generosità verso un'idea di monumento verde per le vittime del terremoto di certo innovativa......e pensare che non ci siamo mai incontrati ancora oggi.
A novembre scorso un incidente con un mezzo pesante mandò in pezzi la targa originaria e dopo sei mesi (con una pandemia contro) siamo riusciti a collocare la nuova targa ripristinata.


Claudio Di Biase ha realizzato e consegnato la nuova targa per sostituire quella danneggiata anticipando costi e lavoro, prima dell'indennizzo e come sempre ha dimostrato grande generosità. E' un artigiano che ben conosce il valore dell’etica del dono e delle azioni giuste superando anche i meccanismi del sacrosanto interesse in questi momenti di grande crisi.

Quella dei Di Biase è una "razza" di scalpellini: prima il trisavolo, Antonio Di Biase (1853 – 1937), poi il bisnonno Camillo Di Biase (1890 – 1955), successivamente il nonno Antonio Di Biase, classe 1930, quindi il padre Claudio Camillo Di Biase nato nel 1956 ed infine Antonio Di Biase, classe 1987. Tutti nel paese di Lettomanoppello sono conosciuti con il soprannome di “La Bobba”. 
Claudio Camillo e Antonio Di Biase lavorano la pietra bianca della Majella, nella propria bottega in via Prati di Tivo a Lettomanoppello, con i metodi assolutamente artigianali e secondo i dettami della tradizione locale ereditata da quattro generazioni di scalpellini. Sono membri dell’Associazione Regionale Arte della Pietra (A.R.A.P. Abruzzo), la loro bottega è stata riconosciuta come Scuola-bottega dalla Regione Abruzzo. E’ il punto d’incontro e di lavoro di molti scultori, abruzzesi ma non solo. 
Di nuovo grazie a tutti, noi non molliamo, non potremmo...... con il sostegno di questi grandi amici.
http://www.turismoreligiosoabruzzo.it/ABRUZZOMANIA/2019/01/31/eccellenza-dabruzzo-n-23-lettomanoppello-pe-la-piccola-carrara-paese-degli-scalpellini/

PARCHI, RISERVE E RETE NATURA 2000: QUALI LE FORME PIÙ EFFICACI DI PROTEZIONE DELLA NATURA?

Campo Felice Zona di Protezione Speciale e Sito d’Importanza Comunitaria tutelato dall’Unione Europea
La priorità delle aree protette è la conservazione dei valori ecologici, la chiave per raggiungere simultaneamente anche tutti gli altri obiettivi è proprio quella immaginata da Parpagliolo e Sarti già nel 1918 e rilanciata da Pirotta nel 1955 (PEDROTTI, 1998), cioè la divisione in zone a tutela variabile di tutto il territorio protetto, una zonazione, cioè, da definirsi su basi scientifiche attraverso i piani dei parchi. Così la legge (art. 12) prevede la ripartizione del territorio in quattro zone, con diverso grado di tutela e diverse attività consentite: se nella zona A di “riserva integrale” non può essere consentita alcuna attività umana, nella zona B di “riserva generale orientata” possono essere consentite (dietro “nulla osta” dell’Ente parco) “le utilizzazioni produttive tradizionali, la realizzazione delle infrastrutture strettamente necessarie, nonché interventi di gestione delle risorse naturali a cura dell'ente parco stesso”; le ”aree di protezione” (zona C) sono invece dedicate alle attività tradizionali agro-silvo-pastorali, che “possono continuare, secondo metodi di agricoltura biologica ed è incoraggiata anche la produzione artigianale di qualità”; infine, nelle aree più antropizzate, le cosiddette “aree di promozione economica e sociale” (zona D) “sono consentite attività compatibili con le finalità istitutive del parco e finalizzate al miglioramento della vita socio-culturale delle collettività locali e al miglior godimento del parco da parte dei visitatori”. 
Sono aree protette, secondo la legge, i parchi nazionali e quelli regionali, le riserve statali e quelle regionali. 
Oggi, in Italia, vi sono 24 parchi nazionali istituiti, che coprono complessivamente oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5% circa del territorio nazionale. Le aree protette regionali (ormai oltre 1.000) coprono infine una superficie di più di un milione di ettari. Insieme alle 143 riserve naturali statali, si arriva così ad una superficie formalmente protetta di quasi tre milioni di ettari, pari al 10% circa del territorio nazionale, raggiungendo così finalmente l’obiettivo (“La sfida del 10%”) che era stato lanciato nel 1980 a Camerino dai migliori ecologi e conservazionisti dell’epoca. 
Dopo quasi settant’anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali e a venti da quella dei primi parchi regionali, l’Italia si è finalmente dotata di una legge organica “per l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese” (legge-quadro n. 394/1991). Come è sostenuto da autorevole dottrina, “la novità storica di questa legge è nel superamento della concezione antropocentrica del diritto; per una volta, non è più l’uomo l’oggetto finale del diritto, ma la natura; ciò che è di tutti, e dunque di nessuno, è definitivamente sottratto allo sfruttamento e all’egoismo individualista della produzione economica” (DI PLINIO & FIMIANI, 1997). Su questa scia, il Consiglio di Stato (Sez. VI), nella storica e modernissima sentenza n. 7472/2004, ha affermato che “la protezione della natura mediante il parco è la forma più alta ed efficace tra i vari possibili modelli di tutela dell’ambiente, il cui peggior nemico è senza dubbio la produzione economica moderna” e che, poiché la ragion d’essere di un’area protetta è la “protezione integrale del territorio e dell’ecosistema”, “l’esigenza di tutelare l’interesse naturalistico è da intendersi preminente su qualsiasi altro indirizzo di politica economica o ambientale di diverso tipo”. Nella stessa sentenza, il Consiglio di Stato ha anche attaccato frontalmente il concetto di “sviluppo sostenibile” quando applicato all’utilizzazione economica delle aree protette, proponendo di ribaltare completamente la prospettiva e parlare invece di “protezione sostenibile”, che ne è l’esatto contrario, consistendo invece “nei vantaggi economici ed ecologici diretti ed indiretti che la protezione in sé, considerata come valore assoluto e primario, procura” (DI PLINIO, 2008). Lo stesso autore si spinge ancora oltre, affermando addirittura che “la legge-quadro, all’art. 1, dichiara direttamente patrimonio naturale, cioè bene giuridico gli oggetti della natura e ne dichiara l’appartenenza al paese. 
Conseguentemente le aree protette sarebbero beni di proprietà collettiva, in cui l’appropriazione privata è ammessa solo in forma eccezionale, condizionata e subordinata”. Infatti, secondo l’art. 1, comma 3, della legge, le aree protette, il cui territorio è “sottoposto 
ad uno speciale regime di tutela e di gestione”, sono istituite innanzitutto con lo scopo di preservarne i valori ecologici e paesaggistici. La legge enumera però anche altre finalità, risolvendo così con un felice compromesso l’annosa disputa tra i fautori delle aree protette come “santuari della natura” e quelli che insistevano soprattutto sullo sviluppo economico delle stesse aree: tra gli obiettivi delle aree protette sono infatti anche (a) la conservazione dei valori ecologici e paesaggistici (“conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici e di equilibri ecologici”); (b) l’applicazione dei principi della gestione sostenibile che armonizzino l’ambiente naturale e le attività umane (“metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un'integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali”); (c) la “promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili”; ed infine (d) la “difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici”. 
La Rete Natura 2000 per la protezione della flora, della fauna, degli habitat e delle loro interazioni
La Direttiva 92/43/CEE Habitat segna una svolta fondamentale, in chiave ecologica, della politica europea di conservazione della natura: si passa dalla tutela delle singole specie a quella dei sistemi ecologici (habitat = ecosistemi), considerando le relazioni ecologiche necessarie al loro mantenimento a lungo termine. L’entrata in vigore della Direttiva dell’Unione Europea “Uccelli” (79/409/CEE) e soprattutto di quella “Habitat” nel 1992 fa così compiere un deciso salto concettuale anche alle normative nazionali del settore, istituendo in modo rigoroso e chiaro una rete di aree protette ad un livello sovranazionale (la Rete Natura 2000), in grado di proteggere efficacemente tutte le specie animali e vegetali rare e minacciate su scala continentale, anche attraverso la protezione dei loro habitat, riconoscendo che un’efficace conservazione delle specie può essere ottenuta solo attraverso la conservazione delle interazioni tra di esse, cioè tutelando i loro habitat naturali. 
Panoramica di Campo Felice
La tutela penale di habitat e specie di interesse dell’Unione Europea 
L’imponente corpo normativo di derivazione europea è presidiato da altrettante norme di carattere generale (D.lgs. n. 42/2004 art. 181, opere eseguite in assenza di autorizzazione, c.p. art. 635, danneggiamento, c.p. art. 650, inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità, e c.p. art. 734, distruzione o deturpamento di bellezze naturali), da quelle sulle aree protette (L. n. 394/1991 art. 13 e 30, interventi non autorizzati in aree protette) e da nuove fattispecie di reato, introdotte nel codice penale dal D.lgs. n. 121/2011 (approvato in recepimento della Direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente), che puniscono severamente ogni azione in danno agli habitat o alle specie protette. L’art. 733-bis c.p. vieta “la distruzione o il deterioramento (compromettendone lo stato di conservazione) di un habitat all'interno di un sito protetto”, mentre l’art. 727-bis c.p. vieta “l’uccisione, la cattura o la detenzione di esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta, nonché il prelievo o la detenzione di esemplari appartenenti ad una specie vegetale selvatica protetta”. 
Per “sito protetto” s’intendono le aree classificate come SIC o ZPS in base alla presenza di habitat e specie di interesse comunitario, mentre per “specie selvatica protetta” s’intendono quelle indicate nell'allegato IV della Direttiva 92/43/CE “Habitat” e nell'allegato I della Direttiva 2009/147/CE “Uccelli”, ovunque si trovino (quindi anche al di fuori del territorio protetto da SIC o ZPS). 
Secondo la Corte costituzionale, la tutela del paesaggio (che è uno dei principi fondamentali dell’ordinamento) va intesa nel senso lato della tutela ecologica e della conservazione dell’ambiente, che è un bene giuridico di valore primario e assoluto. Nel 2007, la Corte ha definito l’ambiente come valore costituzionalmente protetto, che ha come oggetto di tutela la biosfera, non solo nelle sue varie componenti, ma anche nelle interazioni fra quest’ultime, i loro equilibri, la loro qualità e la circolazione dei loro elementi: una definizione scientificamente ben fondata sui principi cardine dell’ecologia. Dopo quasi settant’anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali e a venti da quella dei primi parchi regionali, l’Italia si è dotata finalmente, nel 1991, di una legge organica per l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette, la legge-quadro n. 394/1991. Secondo la legge, le aree protette sono istituite innanzitutto con lo scopo di preservarne i valori ecologici e paesaggistici, ma anche per altre finalità di tipo socio-economico, risolvendo così con un felice compromesso l’annosa disputa tra i fautori delle aree protette come “santuari della natura” e quelli che insistevano soprattutto sullo sviluppo economico delle stesse. 
Estratto dallo studio di Bruno Petriccione 
Associazione Appennino Ecosistema - L’Aquila
Si ringrazia l'autore per l'autorizzazione alla pubblicazione

mercoledì 22 aprile 2020

IL MELO. Era meglio se Adamo ed Eva mangiavano una bella pera.

Forse il Paradiso Terrestre era a Bagdad, forse a Bassora, ma poteva essere perfino nel Kuwait, senza escludere Kabul, visto che si tratta d'interpretare i testi in ebraico e in greco della Bibbia e l'ubicazione del Paradiso è sempre stata oggetto di discussione da parte degli studiosi. Per la verità, prendendo per oro colato qualche traduzione, non ci dovrebbero essere dubbi, nel senso che l'Eden andrebbe ricercato tra i due grandi fiumi Eufrate e Tigri, dove il Signore piantò un grande giardino. "Il Signore - dice l'antico testo - piantò un paradiso nell'Eden, a oriente, e vi mise l'uomo che aveva modellato". La faccenda del "paradiso" viene fuori dal testo greco ("paradeiesos") che in realtà vuol dire la stessa cosa del termine ebraico "gan", e cioè "giardino", o meglio "parco piantato ad alberi", mentre "Eden" va interpretato come "pianura". Quindi si tratta di un parco creato in una pianura a oriente.
In un incredibile numero di storie intriganti c'è sempre di mezzo la mela, e nella mela dobbiamo vedere l'origine di molti nostri guai. (E vien fatto di azzardare, un'ipotesi: che tutto sarebbe stato diverso, che il mondo sarebbe stato migliore, e la nostra vita più semplice, se Adamo ed Eva, quando erano nel giardino orientale, avessero mangiato - anziché la mela - una bella pera, una susina claudia, o magari un fico.)
Mele cotogne del Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)

Forse tutto deriva dal fatto che la mela è bella tonda. E del resto, gli antichi sovrani romani, convinti di avere come bisavola la dea Venere (la Dea ebbe una breve avventura con l'eroe troiano Anchise, con il quale generò Enea, padre di Ascanio che si chiamava anche Iiulus, e quindi primo della gens Iulia) tenevano in gran conto la mela che era un simbolo di Afrodite insieme agli altri attributi del melograno, della rosa, del mirto. Sovrani di tempi più recenti si facevano raffigurare tenendo con una mano lo scettro e con l'altra un pomo-globo che magari aveva sopra una Croce per far capire che regnavano per "grazia di Dio".
Quindi la mela è stato sempre un frutto foriero di grossi guai, come ben seppero i Troiani, per il quale il famoso Cavallo fu l'ultimo atto di un dramma che ebbe inizio con la mela di Paride.
La mela è il frutto più dannoso per gli uomini anche perché è l'attributo di Venere, il simbolo della bellezza femminile. E chi dice donna, dice danno. anche perché ce la dobbiamo portare sempre dietro, la mela, essendo per definizione "il pomo di Adamo".
E poi dobbiamo dire la verità è un frutto che non sa di niente e non può essere certo paragonato, per sapore, a una pesca, un'albicocca, una fragola, un lampone. Per l'85% è costituito di pura acqua. (Si però - dicono i moltissimi che non sono d'accordo - l'altro 15% è costituito da vitamine A. B, C, PP, E, da zucchero e altri elementi nutritivi salutari. E chi ha scritto questo malevolo testo sulla mela non deve mai dimenticare che "An apple a day, keeps the doctor away". Una mela al giorno leva il medico di torno. Peraltro è anche vero che se Adamo ed Eva avessero mangiato una bella pera, forse non ci sarebbe mai stato bisogno di un medico).
Mele a cipolla - Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)
Liberamente tratto dal libro di Giorgio Batini "Le radici delle piante". Ed. Polistampa

sabato 11 aprile 2020

SANTA PASQUA 2020: appelliamoci alla speranza in noi stessi, nel prossimo e in Dio per chi crede


L’analogia fra la Pasqua di duemila anni fa e quella di questi giorni è dolorosamente strettissima. 
Chi è credente e visita le chiese vuote è addolorato nel sapere Gesù lasciato solo nei tabernacoli di quasi tutto il mondo. 
Si fa un gran parlare del male aggiunto al male del coronavirus che però è in qualche modo permesso da Dio, per cui non si può non pensare alle parole del Vangelo di Luca: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso». Deve. Doveva essere così. Ma non solo, Gesù, oggi come allora, è rifiutato dai potenti della terra, oppure ignorato (senza celebrazioni e con le chiese chiuse) come lo ignorò il pagano Pilato, che nel momento della prova preferì lavarsi le mani piuttosto che difendere l’innocente. 
In questa Settimana Santa, piegati dalla pandemia, siamo tutti costernati ed impauriti  e facciamo appello alla speranza.

La speranza è la più astratta delle virtù. Pochi la comprendono bene. Istintivamente abbiamo “qualche idea” di cosa significhi la speranza. Nella nostra espressione spontanea “io spero…, spero veramente che…, spero per il meglio…” esprimiamo una qualche forma di fiducia o desiderio di un esito felice. Ma spesso non sappiamo nemmeno perché speriamo. A complicare le cose, la speranza è in realtà costituita da due virtù in una. La speranza è in parte soprannaturale (teologica) e in parte naturale (umana). In breve, speriamo in Dio e nella sua capacità soprannaturale di interagire con noi e di salvarci o se non crediamo speriamo nell’uomo e nelle sue capacità naturali di aiutare se stesso e il prossimo. 
Speriamo di tornare presto alle vite che abbiamo vissuto fino ad ora ed in salute.
Nel giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Ci affidiamo alla speranza. Vogliamo trovare la speranza nella natura, in quella a noi più vicina, nelle piante del Giardino della Memoria, che, anche senza cure quest'anno, sono in fiore e ci donano bellezza e fiducia nei frutti del prossimo futuro.

Auguriamo a tutti i nostri lettori una Santa Pasqua piena di speranza.


lunedì 6 aprile 2020

QUANDO COMMEMORARE E' ANCORA PIU' DIFICILE DI SEMPRE MA NON CI SI ESIME.......

Per l'undicesimo anniversario del terremoto dell'Aquila luci accese a mezzanotte davanti alle finestre e balconi
Il silenzio, questa notte, ha il volto di chi abbiamo perduto, ha il respiro di una umanità che lotta contro una minaccia letale, ma quasi irreale nella sua non fisicità, perché materia dei laboratori di ricerca, perché patologia da ospedali. Allora, come oggi, piangiamo la morte avvenuta in solitudine, senza la consolazione dei propri cari”.
Queste le parole del Sindaco di l'Aquila pronunciate la scorsa notte.
Notte del 5 aprile 2020 il monumento con i nomi delle vittime del sisma di Lucoli illuminato dalle fiammelle

E' vero. Il Silenzio del Giardino della Memoria ieri notte era avvolgente ed inquietante, rotto dal canto degli uccelli notturni. Tutto incuteva paura. Paura appesantita dalla solitudine del gesto: non si poteva essere insieme, già essere usciti di casa ed esserne lontani era un problema.
E' stato un problema comprare le ciotole con le candele, un gesto così ordinario eppure non scontato: sono arrivate faticosamente via corriere, addirittura da Potenza. Le candele non sono generi di prima necessità non si vendono ai tempi del coronavirus.
Ma non si poteva mancare perché il dolore costituisce la spinta per rigenerarsi, interrogarsi e raccontarsi ogni anno,  è la base per darsi dei valori per il futuro. Per rafforzare i nostri valori fondati sull'impegno disinteressato di volontari e sulla testimonianza. 
I frutti antichi del Giardino della Memoria fanno il resto, vegetano rigogliosi ringraziando di essere stati recuperati e protetti, questo il nostro progetto di custodia della memoria.

giovedì 2 aprile 2020

L'UNDICESIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Siamo ad inizio aprile 2020 e tutto è sospeso: tutti noi siamo chiusi in casa, anche le commemorazioni degli anniversari sono annullate, perché c'è il coronavirus.

Il 6 aprile si avvicina.......
Noi non possiamo accudire gli alberi del Giardino della Memoria, che pure si stanno preparando alla fioritura e al donarci la loro bellezza: da vera signora, la bellezza non serve a nulla, ma è servita per chi sa amarla e gli alberi dei "frutti antichi" che coltiviamo nel Giardino ne sono dispensatori.

Siamo chiusi in casa e non possiamo neanche piantare nuovi fiori sotto ai nomi di chi perse la vita il 6 aprile del 2009, azione che compiamo da nove anni da quando abbiamo realizzato il Giardino della Memoria del Sisma.

E' il tempo del coronavirus ed abbiamo capito che gli uomini sono animali straordinari perché possono crearsi l'ambiente in cui vivono grazie allo strumento della cultura (il Giardino della Memoria è un progetto culturale dall'alto valore simbolico) ma sono anche animali fragilissimi perché quegli ambienti prodotti dalla nostra incredibile disponibilità simbolica hanno bisogno di manutenzione costante e di essere rafforzati e trasmessi attraverso solide materialità che non possiamo trascurare o cancellare. Le materialità dell'incontro, della parola vis-à-vis, del lavoro comune, dei ricordi narrati che ogni volta generano emozioni che uniscono.
La cultura ed il volontariato hanno bisogno di una struttura sociale per poter sopravvivere. 
Nella crisi del coronavirus il potenziale culturale dei volontari si accorge di quanto ha bisogno degli altri e della loro libertà di incontro per potersi manifestare e rinnovare. Anche la commemorazione del dolore scaturito da un terremoto e la trasmissione della memoria di un evento terribile presuppone l'emozione di un incontro. 
In questo momento che viviamo siamo da soli, ognuno di noi ridotto a sé stesso o al massimo alla rete biologica delle interconnessioni sentite e vissute come naturali e necessarie, siamo privati della nostra umanità di “animali politici”, vale a dire non possiamo condividere la vita sociale. 
Siamo rammaricati perché vorremmo continuare a ricordare l'anniversario del terremoto incontrandoci, proprio perché vorremmo pensarci come comunità di volontari al di là di quel che è biologico e necessario, vorremmo continuare a curare le nostre relazioni affettive e sociali ma, ora, possiamo solo farlo attraverso un blog.  
Affidiamo, quindi, i nostri sentimenti a queste parole ed alle foto del Giardino sotto la neve caduta ieri. 
Le foto illustreranno la bellezza del Giardino, del nostro "monumento verde". La bellezza è nascita, a volte rinascita, e non morte; è passaggio dalla potenza all’atto e non dall’atto all’impotenza; perché il bello è fecondo, il suo contrario è la sterilità. Nella bellezza la natura diviene ciò che è, non segue la china alienante che viaggia dall’essere al niente. 
Le foto che dedichiamo all'anniversario del 6 aprile mostrano la bellezza di una natura custodita con impegno da volontari (ogni fiore ha richiesto più di un momento insieme per essere piantato) affinché trasmetta, in questi tempi difficili, una gioia, perché il Bello nel suo senso più ultimo è il simbolo del Bene, ovvero la metà visibile della tessera. L’altra metà abita nei cieli.